“Il whistleblowing in fin dei conti è anche questione di fiducia. E’ una questione sia di fiducia che di cultura. E’ molto importante dare, presentare modalità, piattaforme consone e serie alle segnalazioni anonime. Bisogna dare fiducia al soggetto che deve fare la segnalazione”. Sono le parole dell’avvocato Ernesto Belisario che con il suo intervento il 17 aprile scorso, alla nostra ReattiviX School, ci ha permesso di spaziare tra diritto alla privacy, segnalazioni anonime, importanza delle tecnologie e della corretta digitalizzazione della Pubblica Amministrazione.

Abbiamo potuto approfondire, così, altri aspetti interessanti e concreti della legislazione del whistleblower, dei motivi culturali che rischiano di far tentennare chi decide di segnalare e del senso di fiducia che deve scaturire in chi sceglie la legalità. Ma non solo, abbiamo imparato che la tecnologia e la privacy sono questioni molto attuali sia per la nostra libertà che per chi vuole fare una segnalazione anonima. Sono questioni puramente collegate tra di esse: e allora come si incontrano il diritto alla privacy e il diritto alla denuncia anonima?

Questa la definizione data da Ernesto Belisario.

“Che cos’è la privacy? E’ la protezione al diritto dei nostri dati, cioè il diritto a controllare l’uso che gli altri fanno delle informazioni che ci riguardano. La privacy nasce come un ‘diritto borghese’, è un diritto molto recente rispetto ai diritti tradizionali, infatti la prima legge è del 1996 ma qualcuno lo considera un diritto quasi superfluo”.

Ma ricorda Belisario oggi è tutto molto più complesso. 

“In realtà, grazie alle tecnologie informatiche e quindi alla capacità di scambiare, acquisire e raccogliere informazioni (sui social, con la videosorveglianza, con i vari database, le mail, ecc), non si può considerare come un diritto superfluo, ma una libertà fondamentale che serve a tutelare gli altri diritti. Oggi possiamo dire che: ‘siamo davvero liberi soltanto se è tutelato il nostro diritto alla privacy, se quindi sono protetti i nostri dati personali. E’ un diritto della persona, sono libero se non sono controllato.” 

Nel nostro caso, quello di cittadini attivi e reattivi all’illegalità, anche il diritto di segnalare qualcosa che non va e quindi di contribuire all’identificazione della devianza dall’obbligo di legalità, non si deve considerare “delazione” ma significa essere cittadini consapevoli, in grado di esercitare pienamente diritti e doveri. Ma è fondamentale, però, farlo nella consapevolezza in modo da evitare di essere sottoposti a rappresaglie o a ripercussioni. 

Come ci ricorda Belisario la protezione della privacy che è anche protezione della mia libertà, dei miei diritti di cittadinanza. E cita anche l’artista Banksy: ‘l’invisibilità è un super potere, quindi la possibilità di avere la protezione, il controllo di chi tratta i miei dati, sapere che nessuno saprà che io ho fatto una segnalazione al rappresentante per la prevenzione della corruzione, è garanzia che io possa essere libero nel farlo senza avere ripercussioni.” Si può tranquillamente, allora, sintetizzare l’importanza del diritto alla privacy come: “privacy è diritto di essere liberi, quindi libertà di essere cittadino…reattivo, in questo caso”

Nel whistleblowing, è fondamentale la tutela dell’identità del segnalante e ogni elemento idoneo a rivelarla deve essere sempre protetto sia dalla piattaforma informatica utilizzata, che da chi accoglie la segnalazione. Si può risalire all’identità di una persona non soltanto dal nome e dal cognome ma si può risalire alle generalità anche, ad esempio, se in una segnalazione vengono rivelati altri elementi, come quelli spazio-temporali. Per questo ci deve essere un vero e proprio patto tra il segnalante e chi riceve la segnalazione: “un patto di fiducia promessa e quindi un’adesione del segnalante alle procedure.” 

Abbiamo poi chiesto a Ernesto Belisario, proprio come giurista studioso ed esperto di diritto delle tecnologie e di innovazione nella Pubblica Amministrazione, se la digitalizzazione possa essere considerata una risorsa nella prevenzione alla corruzione. 

“Se la digitalizzazione e l’algoritmizzazione dell’attività amministrativa sono fatte correttamente, possono essere una parte della soluzione di un problema di efficienza da un lato e di malaffare dall’altro. Deve esserci però la garanzia di adeguata trasparenza anche sugli algoritmi: sapere chi li ha scritti, come sono stati progettati, come funzionano e con quali dati sono stati alimentati. Se tutto questo è assicurato, sicuramente la digitalizzazione può essere una risposta, ma non l’unica.”

La risposta è quindi, sì. 

“Ce lo dicono studi e rapporti internazionali che la complessità delle procedure amministrative è causa e, allo stesso tempo, foraggia il malaffare e la devianza dall’obbligo di legalità. Qualche settimana fa, con il mio gruppo di lavoro, abbiamo fatto un raffronto tra il DESI – l’indice di digitalizzazione dei paesi dell’Unione Europea – e l’Indice di Corruzione Percepita, creato da Transparency International, e abbiamo così verificato una relazione empirica tra i paesi: quelli più digitalizzati sono i meno corrotti, quelli meno digitalizzati sono i più corrotti”. 

Su digitalizzazione e contrasto alla corruzione, specifica Ernesto Belisario “esiste una relazione empirica, per tanti motivi: da un lato per un tema di trasparenza, quindi, oggi nel 2021 puoi essere trasparente se sei correttamente digitalizzato, e viceversa; dall’altro, perché c’è la possibilità di poter ‘guardare’, di contribuire, di partecipare e anche di monitorare. Allo stesso tempo c’è tutto un tema di automazione del processo: la digitalizzazione ci dice l’ANAC può essere misura di prevenzione della corruzione”.

E’ importante capire quanto anche la giurisprudenza stia entrando nel processo decisionale e quanto le tecnologie possano essere d’aiuto. “Lo afferma anche il Consiglio di Stato in una sentenza sulla possibilità di delegare l’attività istruttoria ad un algoritmo, anzi, dice che non solo è legittimo ma è auspicabile l’utilizzo di algoritmi a cui delegare, ad esempio, il calcolo del punteggio di un concorso, oppure il calcolo per la graduatoria di una borsa di studio e via dicendo. Questo perché se un algoritmo è ben progettato non sbaglia e non è corruttibile, mentre l’uomo può sbagliare ed essere corruttibile”

Sul nostro canale Youtube puoi rivedere tutti gli incontri della nostra Reattivix School.

Qui la sintesi dell’intervento della prof.ssa Nicoletta Parisi, già consigliere dell’Autorità Anticorruzione e docente di diritto internazionale all’Università Cattolica di Milano.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

 

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.