Si torna a parlare di Ilva, di emissioni, di difese e controrepliche alla sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’uomo del 24 gennaio 2019 e delle varie strategie del Governo e di ArcelorMittal proprio mentre la Corte di Giustizia dell’Unione Europea condanna l’Italia per inquinamento, approvando così il ricorso presentato dalla Commissione Europea.
La sentenza del 10 novembre 2020 infatti stabilisce che il Governo italiano “non ha adottato a partire dall’11 giugno 2010 misure appropriate per garantire il rispetto dei valori limite fissati per il PM10” venendo meno alla Direttiva 2008/50.
Il nostro Paese ha violato per un decennio “in maniera sistematica e continuata” le norme europee sulla qualità dell’aria superando i limiti di concentrazione di particelle PM10 causato dalle automobili, dall’utilizzo di inceneritori e – per l’appunto – dalle attività industriali. Europa Verde, inoltre, ricorda che secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente, ogni anno in Italia lo smog provoca 76.000 decessi a cui si aggiunge l’enorme costo economico e sociale.

Con un Sistema Sanitario già in forte crisi a causa della pandemia, bisogna invertire la rotta su quella che si preannuncia come una crisi climatica senza precedenti. È innegabile, infatti, che le emissioni nocive, l’inquinamento e, oggi, l’ingente carico di rifiuti sanitari sono un prezzo da pagare altissimo per la salute dei cittadini e per l’ambiente. Covid o non covid bisognerà intervenire sui comportamenti individuali, un po’ come le autorità ci chiedono di fare per attenuare la pandemia e i contagi. Una sentenza simile, per la quale l’Italia ricevette un’ulteriore condanna, è quella emessa dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) il 24 gennaio 2019 divenuta poi definitiva il 24 giugno 2019, imputando all’Italia di aver violato gli articoli 8 (diritto al rispetto della vita privata) e 13 (diritto ad un rimedio effettivo) della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
Fondamentalmente, si tratta di una sentenza di condanna per non aver protetto i cittadini di Taranto dalle conseguenze drammatiche dell’elevato inquinamento causato dalle attività dell’Ilva.

Ilva, la Corte di Strasburgo sentenzia: l’Italia ha violato i diritti umani dei tarantini

Lo stallo del Governo e le osservazioni sull’adempimento della sentenza fatte dagli avvocati dello studio legale internazionale Saccucci di Roma che presentarono il secondo ricorso (la prima istanza è del 2013, la seconda del 2015 successivamente accorpate in una sola, ndr.), hanno fatto sì che a marzo 2020 il Comitato dei Ministri del consiglio Europeo abbia chiesto chiarimenti al Governo, il quale, solo ad agosto, ha presentato le proprie difese davanti alla CEDU.
Dalle difese del Governo, sono nate le controrepliche da parte delle associazioni tarantine, in questo caso direttamente dalla professoressa Lina Ambrogi Melle presidente del Comitato Donne e Futuro per Taranto Libera, in cui in un comunicato ribadisce l’importanza che la CEDU accerti anche la violazione dell’articolo 2 (violazione del diritto alla vita), cosicché lo Stato “non possa operare un bilanciamento tra la vita e gli interessi economici della nazione come accade ove la violazione sia inquadrata sotto l’articolo 8 CEDU”.
Nelle controrepliche la Corte viene messa a conoscenza di tutti gli avvenimenti nocivi che dimostrano come lo Stato sia lontano dall’attuazione della sentenza e, appellandosi, all’articolo 46 CEDU (obbligo di conformarsi alle sentenze, ndr.) si spera che vengano individuate delle misure per porre fine alle violazioni in un arco temporale ben definito.
A questo link, si possono leggere per intero le controrepliche.

Quale sarà il futuro dello stabilimento?

Mentre il lavoro delle associazioni ambientaliste tarantine prosegue, la situazione tra ArcelorMittal e il Governo italiano è in continuo divenire e, con la crisi sanitaria, si è aggiunta anche la crisi economica che colpisce anche il mercato dell’acciaio.
Avevamo già parlato dei ricatti di ArcelorMittal allo Stato e delle forti perdite che colpiscono l’azienda, fino a 100 milioni di euro al mese (qui sotto l’articolo).

Ma, a quanto pare, la posta in palio è troppo alta: entro la fine di questo mese gli affittuari dello stabilimento devono far sapere al Governo quali sono le loro intenzioni. Lasciare Taranto o cercare nuovi investitori, puntando proprio alla partecipazione dello Stato.
E le notizie che giungono da Londra sono ancora discordanti: infatti, secondo un’agenzia londinese ArgusMedia, ArcelorMittal si sarebbe separato da ArcelorMittal Italia diventando due entità separate.

Il “nemico invisibile” di Taranto

Potrebbe invece rivelarsi come una netta presa di posizione di ArcelorMittal che entro fine novembre può ancora esercitare l’opzione d’uscita dallo stabilimento tarantino pagando una penale da 500 milioni di euro come era stato deciso durante un incontro tra il Governo e la dirigenza dell’azienda lo scorso 4 marzo.
Questa “fuga” non converrebbe in questo momento al Governo e tantomeno al gruppo franco indiano perché perderebbe una grossa fetta del mercato europeo lasciandolo alla concorrenza.
Per questo la trattativa va avanti e sembra sempre più imminente l’ingresso di Invitalia nel capitale sociale di ArcelorMittal, con l’amministratore delegato, Domenico Arcuri, che in un incontro con le organizzazioni sindacali promette di garantire la produzione del piano industriale, la piena occupazione e la progressiva transizione verso un piano green. L’investimento costerà alle casse dello Stato circa 3 miliardi di euro con la produzione di acciaio che dovrebbe assestarsi intorno agli 8 milioni di tonnellate annue, convertendo due forni all’elettrico.

Il tempo stringe e le trattative proseguono, come prosegue senza sosta l’invio settimanale della lettera al presidente del Consiglio Conte da parte dell’associazione Genitori Tarantini ETS. Nel giro di poche settimane ha già raggiunto più di 6200 sottoscrizioni da parte di cittadini e ricevendo l’adesione di 65 associazioniA questo link, puoi leggerla e sottoscriverla.

Fonte: Fondazione Alexander Langer Stiftung

 

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