Ringraziamo di cuore il prof. Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink per aver risposto alla nostra domanda a dieci anni dal fermo degli impianti dell’acciaieria Ilva di Taranto, il più grande siderugico d’Europa, posto nel centro storico dell’antica capitale della Magna Grecia. Riflessioni pubblicate un mese fa, all’indomani della manifestazione sotto la targa della maledizione apposta da alcuni degli abitanti del quartiere di Tamburi, quello direttamente colpito dalle polveri e dai fumi dell’industria metallurgica. Taranto è stata definita dall’ONU, “zona di sacrificio umano“. Una serata toccante, che abbiamo ripreso con le nostre videocamere, che non potevamo non seguire a distanza. Il testo originale è sul sito di Peacelink.

Intervista ad Alessandro Marescotti per l’inchiesta “I bambini di Taranto vogliono vivere”, maggio 2017

Taranto, 27 luglio 2022

Rosy Battaglia mi ha chiesto un commento su ciò che abbiamo fatto ieri sera, ossia sul recital civile in occasione dei dieci anni dall’ordinanza di sequestro del GIP Patrizia Todisco.

Avrei diverse cose da dire, diverse riflessioni.

PRIMA RIFLESSIONE

Credo che questo recital civile sia stato il primo – di cui ho conoscenza – in cui si è letto l’Inferno di Dante sotto la Targa della Maledizione nel quartiere Tamburi di Taranto. Ma se mi sbaglio sono felice di correggermi. Da padre Alex Zanotelli ho imparato che la lettura di un testo cambia di profondità e di senso a seconda del luogo. E lui questo lo ha toccato con mano leggendo il Vangelo nella baraccopoli di Korogocho. Io l’ho toccato con mano quando ho ascoltato la voce forte e profonda di Massimo Castellana che leggeva il canto III dell’Inferno:

“Per me si va ne la città dolente,

per me si va ne l’eterno dolore,

per me si va tra la perduta gente”.

E poi sono entrati in scena gli ignavi, ossia “l’anime triste di coloro

che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo”.

Proprio gli ignavi che hanno ispirato la Targa della Maledizione: “coloro che possono fare e che non fanno nulla per riparare”.

Eccoli nella “Commedia” di Dante:

“Questi non hanno speranza di morte,

e la lor cieca vita è tanto bassa,

che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa;

misericordia e giustizia li sdegna:

non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.

E io, che riguardai, vidi una ‘nsegna

che girando correva tanto ratta,

che d’ogne posa mi parea indegna;

e dietro le venìa sì lunga tratta

di gente, ch’i’ non averei creduto

che morte tanta n’avesse disfatta.

Ricordo che il giorno in cui – con i miei studenti e con tantissimi giovani – ero davanti alla Procura della Repubblica per esprimere solidarietà ai magistrati che avevano messo sotto accusa l’ILVA (era la primavera del 2012), si avvicinò un giornalista e chiese ai miei ragazzi: “Perché siete qui?” Un mio studente rispose lapidario: “Abbiamo studiato Dante e gli Ignavi. E noi non vogliamo essere ignavi”.

SECONDA RIFLESSIONE sul recital civile di ieri al quartiere Tamburi di Taranto. Se la prima riflessione era su Dante e gli ignavi, questa è invece su Dante e la sconfitta. La cultura, la poesia, l’arte. Strumenti per uscire dalla sconfitta, dal senso umiliante della sconfitta. Lo dico spesso ai miei studenti: Dante è qui con noi, e leggendolo oggi è lui il vincitore, mentre Bonifacio VIII – il vincitore di allora – è lo sconfitto di oggi.
In tanti ragionano nella vita in termini di vittoria e di sconfitta, o si vince o si perde. Alcuni ammettono anche che ci sia anche una terza possibilità: il pareggio. Io ritengo che vi sia una quarta possibilità: la resistenza. La resistenza è una partita che non si chiude, è una finestra aperta sul futuro. La partita in tal modo non si chiude grazie alla capacità di resistere. E ne escono vincitori anche i perdenti, perché hanno saputo usare l’arte della parola, il linguaggio di chi non perderà mai. Dante ha perso ma non è mai stato un perdente. La sua poesia lo ha riscattato dalla sconfitta. La sua poesia è stata la resistenza di un uomo alla straripante potenza del potere. Ieri abbiamo usato il linguaggio della poesia, di fronte alla straripante potenza del potere. Ieri abbiamo usato l’arma più forte che possiamo avere per resistere e acquisire consensi: la cultura.

TERZA RIFLESSIONE sul recital civile di ieri nel quartiere Tamburi. Ed è questa: la cultura ha avuto la capacità di tenere assieme persone diverse, con scelte diverse, che se avessero dovuto discutere di politica avrebbero probabilmente generato un confronto polemico. La scelta di un evento culturale di tipo narrativo ha importao a tutti il linguaggio della memoria. La memoria come racconto. La memoria è ciò che non muore. A differenza di tante, troppe, altre cose.

QUARTA RIFLESSIONE sul recital civile di ieri ai Tamburi. La presenza di Mimmo Cavallo ha fatto la differenza. Quando lo abbiamo presentato ho sottolineato che lui è stato il precursore musicale del concetto di “razzismo ambientale”. Fu molto vicino alla lotta contro la centrale nucleare di Avetrana che quaranta anni fa tentarono di installare approfittando che Taranto e la sua provincia erano ormai già rovinate. Questa la canzone di Mimmo Cavallo sul razzismo ambientale: “Siamo meridionali” (del 1980). È stato il leader dei diritti civili afroamericano Benjamin Chavis a coniare il termine “razzismo ambientale” nel 1982. Si tratta di una forma di razzismo sistemico per cui le comunità etniche minoritarie sono sproporzionatamente gravate da rischi per la salute.

QUINTA RIFLESSIONE. E’ stata una serata del dolore e della commozione. Ci siamo trovati a fronteggiare le nostre emozioni che emergevano dalle storie raccontate. Durissimo ogni volta riviverle e condividerle in pubblico. Sono storie che andranno rivissute ancora, ancora e ancora. Coinvolgendo più persone rispetto a ieri. Lo slancio di entusiasmo di chi ha dato vita al recital civile si è scontrato con tante cose, dal caldo allo spinotto che non funzionava, per terminare con le aspettative di un maggiore pubblico. Eravamo cinquanta. Ma ho ricevuto molti messaggi di persone che ci hanno visto a Rainews o sui social. Che ci hanno mandato un abbraccio virtuale, che ci hanno messo like a centinaia.

SESTA RIFLESSIONE. Sulla speranza. La speranza era una parola che non mi piaceva quando ero un ragazzo. Speranza era per me l’anticamera dell’illusione, della consolazione. E polemizzavo contro quella parola. Oggi mi sono riconciliato con la parola “speranza”, perché ogni lotta ideale a lungo termine nella storia ha avuto non solo la dimensione della lotta immediata ma anche la dimensione profonda della speranza. La speranza è la lotta contro lo sconforto, contro la solitudine, contro il senso della sconfitta che incombe in ogni lotta contro l’ingiustizia. Quella speranza che faceva cantare ai neri d’America “We shall overcome”.
Della speranza parlavano i versi di una poesia di Pablo Neruda che ieri abbiamo letto

SPERANZA

Ti saluto, Speranza, tu che vieni da lontano
inonda col tuo canto i tristi cuori.
Tu che dai nuove ali ai sogni vecchi.
Tu che riempi l’anima di bianche illusioni.
Ti saluto, Speranza, forgerai i sogni
in quelle deserte, disilluse vite
in cui fuggì la possibilità di un futuro sorridente,
ed in quelle che sanguinano per le recenti ferite.

SETTIMA RIFLESSIONE. Sulla forza invisibile che ci sostiene, sulla grande anima che si ricompone stando assieme, anche in un piccolo gruppo.

“Nessuno tocchi la vita. Nessuno in nome del lavoro svenda la dignità degli uomini. Lo Stato che non difende i cittadini è complice di chi inquina, di chi uccide e di chi in nome dello sviluppo, avvelena il pane che offre. Ognuno ha diritto di respirare, di vivere nei luoghi in cui è nato senza la paura di ammalarsi e morire. I luoghi non devono essere violentati. Ogni lembo di terra non deve essere umiliato e schiacciato sotto la logica del profitto e della speculazione. La società non sarà mai giusta se non avrà a cuore il futuro delle giovani generazioni. Chi non fa nulla per cambiare le cose è complice di questa crudele ingiustizia”.

Domenico Iannacone ieri ci ha mandato questo affettuoso messaggio. Era con noi, era spiritualmente con noi.
A chi mi chiedesse perché sono sempre fiducioso e calmo, mai pessimista e deluso, rispondo che avverto una profonda simpatia e solidarietà. Non sempre ci appare visibile la forza di chi ci sostiene, a volte si rimane in cinquanta, in dieci, a volte da soli. Ma si ritorna, si ritorna sempre. E quella forza invisibile prende forma e prende forza. E ritorna la dimensione della speranza, dell’utopia di cui ieri ci ha parlato anche Mimmo Cavallo.

A cura di Alessandro Marescotti

Sul perché come Cittadini Reattivi seguiamo le vicende di Taranto, vi rimandiamo alle nostre inchieste sin dal 2013 e alla tesi del nostro Nicola Petrilli “La salute non è d’acciaio“, premio ICU – Laura Conti dell’Ecoistituto del Veneto Alex Langer.

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