“Senza potere non significa impotenti.”
Una frase di Paola Caridi, che ringrazio per ciò che ha fatto, scritto e mobilitato per Gaza e per gli ultimi.
Parole che in questi giorni risuonano con una forza ancora più grande, in un tempo in cui la guerra e la violenza ambientale continuano a intrecciarsi, mostrando quanto la radice predatoria di certi poteri sia sempre la stessa.
Come ha scritto Mariagrazia Midulla,
“Chi non dà valore alla natura, all’ambiente e alla salute non dà valore alla vita degli esseri umani. La radice predatoria è la stessa.”
Nel momento in cui leggevo queste parole, mi è arrivata una fotografia.
E in quell’immagine ho visto un’altra forma di resistenza, silenziosa ma tenace.
Dieci persone dell’associazione Genitori tarantini, più un bambino, partiti da Taranto per raggiungere Milano, davanti al Tribunale, in occasione dell’ultima udienza del processo contro Ilva e Acciaierie d’Italia.
Sono loro che hanno promosso l’azione inibitoria per la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa — lo stesso per cui lo Stato italiano è stato condannato cinque volte dalla Corte Europea dei Diritti Umani.
Eppure, quello stabilimento agonizzante non ha mai chiuso.
Un altro fotogramma del film Taranto chiama ricorda l’incendio dell’AFO1 dello scorso 7 maggio.
E come ha ribadito la Corte di Giustizia Europea,
“se presenta pericoli gravi e rilevanti per l’ambiente e la salute umana, l’esercizio dell’acciaieria Ilva dovrà essere sospeso.”
La loro immagine davanti al Tribunale di Milano — oggi senza la compianta Emilia Albano — chiude il documentario-inchiesta Taranto chiama.
È un fotogramma simbolico, che parla a tutti: anche alla Milano distratta, sede fiscale di Acciaierie d’Italia, che troppo spesso guarda altrove.
Io li ringrazio per il loro alto esempio di cittadinanza.
Perché sono loro, ancora una volta, a ricordarci che davvero,
“senza potere non vuol dire impotenti.”
Rosy Battaglia


