Lo scorso primo novembre l’ennesima ombra si stendeva sul Centro Oli di Viggiano in val d’Agri (COVA), ombra che la comunicazione istituzionale sarebbe tenuta rischiarare. Siamo in Basilicata, nel centro di primo trattamento del petrolio del più grande giacimento su terraferma d’Europa dove viene estratto ben il 70% del petrolio italiano. Il 31 ottobre nell’impianto gestito dall’Eni in mezzo alle montagne del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano è stata accertata una perdita di acqua di processo, l’acqua che viene separata dal petrolio e viene reimmessa nel sottosuolo tramite il pozzo non più produttivo di Costa Molina 2. Si tratta di uno scarto industriale che contiene tracce di idrocarburi e varie sostanze chimiche in quantità tali da essere pericolosi per l’ambiente.

L’impianto non è nuovo a incidenti, inchieste e polemiche sulla pericolosità e la scarsa trasparenza sui dati ambientali (qui l’inchiesta di Rosy Battaglia). Nel 2016 è stato parzialmente sottoposto a sequestro nell’ambito del processo petrolgate per irregolarità nel trattamento dei rifiuti e del monitoraggio delle emissioni. Il processo è ancora in corso e ha visto lo scorso luglio la richiesta di un totale di 135 anni di reclusione per 35 degli imputati tra cui vi sono dipendenti e dirigenti dell’Eni, della Regione Basilicata e dell’Agenzia Regionale per l’Ambiente (ARPAB) di cui ben due sono suoi ex direttori.

Nel corso delle indagini è poi per caso emersa l’esistenza di un memoriale scritto da un dirigente dell’Eni morto suicida nel 2013. Abbandonato per anni in un archivio (malgrado l’autore vi avesse scritto che era da consegnare ai carabinieri di Viggiano nel caso gli fosse successo qualcosa), il memoriale contiene inquietanti informazioni sui numerosi problemi e malfunzionamenti dell’impianto. Nel 2017 poi a seguito del ritrovamento di petrolio nei pozzetti fuori dall’impianto è emersa una pesante perdita da una delle cisterne dell’impianto il cui fondo era gravemente usurato. La perdita ammonterebbe a 400 tonnellate di petrolio, secondo quanto dichiarato dalla compagnia ed è in corso un ulteriore processo per disastro ambientale che ancora una volta vede coinvolto anche del personale dell’ARPAB. Nel corso dello stesso anno è stata poi sospesa l’attività del pozzo di Costa Molina 2 in quanto era stato riscontrato uno smaltimento proibito di ammine assieme all’acqua di processo.

A queste vicende si aggiunge ora quella della perdita dell’acqua di processo all’interno dell’impianto, un evento dai contorni ancora poco chiari. L’ARPAB, come dichiarato dal suo neo direttore Antonio Tisci è stata allertata su segnalazione informale dell’Assessore all’Ambiente Rosa. Come e perché ne sia venuto a conoscenza l’assessore, non si sa. Dopo aver analizzato i campioni l’ARPAB il 12 novembre ha dichiarato che le analisi, che sarebbero state pubblicate a breve, avevano mostrato l’assenza di inquinamento. Tuttavia l’Eni ha immediatamente segnalato di aver riscontrato la presenza di triclorometano fino a 100 volte oltre i limiti di legge.

Si tratta del cloroformio, una sostanza con pesanti effetti tossici e cancerogeni. E così l’ARPAB a questo punto, a breve distanza dalle precedenti dichiarazioni rassicuranti, ha dato notizia della presenza di inquinamento. E’ seguita infine la precisazione pubblica dell’Eni che ha ribadito che il cloroformio non è una sostanza che viene utilizzata nell’impianto, il che implicherebbe che qualcunaltro sia in grado di sversarla all’interno del complesso o nelle sue immediate vicinanze, un’ipotesi quantomeno grave e su cui è lo stesso Antonio Tisci a sollevare dubbi. A distanza di oltre due settimane dalla notizia sulla negatività delle analisi, sul sito dell’ARPAB non c’è ancora traccia di una loro pubblicazione.

Tuttavia occorre notare che nei piezometri attorno al COVA già a partire da dicembre dello scorso anno le concentrazioni di diverse sostanze avevano cominciato crescere superando i limiti di legge e arrivando nel caso del manganese a superarlo di 35 volte, cosa che avevamo segnalato nella precedente inchiesta. Tra queste sostanze vi è appunto anche il triclorometano con valori tra 2 e 3 volte oltre il limite. Ma le analisi riprese dopo il lockdown e anche gli ultimi dati disponibil (qui la pagina ARPAB dedicata) prima della segnalazione della perdita mostrano come questa sostanza (assieme ad altre) continui più volte a raggiungere gli stessi valori oltre il limite in almeno due punti di campionamento.

Concentrazione e limiti di legge delle sostanze nell’acqua di falda nelle vicinanze del COVA nel mese di ottobre. In giallo i valori fuori norma

La sua presenza nella zona quindi non è affatto una novità, ma a quanto pare fino alla dichiarazione dell’Eni non aveva allertato nessuno. Per altro si nota come da settembre a novembre vi sia un trend di crescita delle concentrazioni analogo a quello che avevamo riscontrato all’inizio dell’anno. Ora si tratta di capire da dove proviene il triclorometano (e le altre sostanze) e perché la sua presenza è stata segnalata pubblicamente, per giunta dall’Eni, solo dopo la scoperta della perdita. Nei giorni scorsi siamo stati contattati da Antonio Tisci, direttore dell’ARPAB dallo scorso ottobre, per un confronto sui problemi emersi nel nostro lavoro di monitoraggio civico. Accogliamo volentieri la disponibilità per un’intervista che sarà anche l’occasione per chiedere chiarimenti sulla perdita al COVA.

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