Quello a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane attorno a Report è, prima di tutto, un attacco alla più importante trasmissione di giornalismo investigativo del servizio pubblico italiano. Vale la pena dirlo subito, perché il rischio altrimenti è restare incollati ai dettagli, chi conduce, chi si dimette, chi accusa chi, perdendo di vista la sostanza: la rimozione di Sigfrido Ranucci arriva al termine di anni di pressioni politiche su un programma che ha fatto inchieste scomode a chi oggi governa, e usa come leva un caso giudiziario reale per ottenere un risultato che una parte della politica cercava da tempo.
Ranucci, giornalista sotto scorta dal 2014, è stato vittima nell’ottobre 2025 di un attentato esplosivo davanti alla sua abitazione. Le indagini hanno portato all’arresto e alla confessione di Valter Lavitola, un uomo che Report aveva indagato in passato, poi diventato fonte del programma, infine amico stretto dello stesso Ranucci. Il 28 agosto la Rai ha rimosso Ranucci dalla conduzione. È in quel rapporto con una fonte compromessa, non nell’attentato in sé (su cui la solidarietà resta unanime), che si è aperta la frattura più profonda dentro il giornalismo d’inchiesta italiano.
Il mito del giornalista-eroe
Su Valigia Blu, Arianna Ciccone ha sollevato il problema il 18 agosto: il rapporto tra Ranucci e Lavitola avrebbe superato la soglia di prudenza che qualunque giornalista dovrebbe imporsi con le proprie fonti. Le indagini in corso dovranno chiarire torti e ragioni individuali. Quello che interessa qui è il meccanismo: se può succedere al programma di punta del giornalismo investigativo italiano, con una redazione, il servizio pubblico alle spalle, decenni di credibilità, nessuno può considerarsi al riparo. E chi lavora in una piccola realtà indipendente, senza quella struttura, è semmai più esposto, non meno.
Come ha scritto la giornalista Rosaria Capacchione, intervistata da Domani proprio su questo caso, la costruzione del mito attorno a una singola figura rende un intero sistema più fragile: quando l’eroe di turno cade, rischia di trascinare con sé la credibilità di tutto ciò che rappresentava. Non è un problema di competenza individuale, (le indagini sono partite da elementi forniti dallo stesso Ranucci, uno dei giornalisti più esperti in Italia nel maneggiare fonti opache), ma un rischio strutturale del lavoro con le fonti, che riguarda chiunque lo faccia.
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La fiducia si costruisce, non si pretende
La fiducia si costruisce anche accettando che chi fa inchiesta risponda del proprio metodo, vale per il servizio pubblico, per i grandi programmi, e per le piccole realtà indipendenti. In un Paese dove il giornalismo investigativo è già fragile e sotto attacco, difenderlo non significa difendere tutto e tutti a prescindere: significa difendere le condizioni che lo rendono credibile, come indipendenza, verifica, trasparenza. Senza questa cura, chi vuole delegittimarlo trova terreno facile. Buon lavoro alla redazione di Report, quindi, e ai nuovi conduttori e a tutti noi.


