Nelle scorse settimane, grazie ad un prezioso report del Sistema Nazionale di Protezione Ambientale(SNPA) abbiamo ripreso la nostra attività di monitoraggio e giornalismo civico, andando a verificare le informazioni ambientali disponibili per cittadini sui siti degli enti di controllo.

Dopo la Lombardia, anche l’Agenzia Regionale per l’Ambiente della Basilicata (ARPAB) non pubblica dati sullo stato delle acque degli invasi lucani, fondamentale fonte di acqua potabile nel mezzogiorno, da almeno due anni. Se come ci ha ricordato la prof.ssa Daniela Vellutino la buona comunicazione pubblica dovrebbe essere trasparente e favorire l’esercizio della cittadinanza, così purtroppo non sembra essere nella regione con il più grande giacimento di petrolio on-shore. Informazioni poco accessibili e leggibili si sommano ai dati preoccupanti riguardo all’inquinamento legato alle attività petrolifere.

Dati di interesse pubblico che necessiterebbero l’attivazione di uno stato di attenzione e indagini più approfondite e che dovrebbero essere al centro del dibattito pubblico. Invece limitandosi a quanto previsto dalla legge sono stati  depositati in un database e resi raggiungibili da una sottosezione del sito poco visibile, tanto che a quanto pare siamo stati i primi ad accorgercene. Questo conferma una volta di più l’importanza del monitoraggio da parte dei cittadini delle pagine delle istituzioni e degli enti ambientali.

Basilicata . Paesaggio presso Craco, Matera
Paesaggio presso Craco, Matera. Antuang / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)

Data la quantità di temi e di dati emersi dal sito dell’ARPAB, li esporremo in due puntate. Nella prima ci soffermeremo soprattutto su cosa manca. Nella seconda su cosa c’è e andrebbe approfondito e discusso a livello pubblico.

La Basilicata è una regione con una delle maggiori percentuali di superficie ricadente in un parco nazionale, il Parco Appennino Lucano, a testimonianza dell’alto valore ambientale del suo territorio che risulta in gran parte poco antropizzato. Nella regione vi è anche una delle maggiori riserve d’acqua del mezzogiorno grazie a due invasi artificiali di grandi dimensioni e altri minori che garantiscono la maggior parte dell’acqua potabile e irrigua della Puglia, ma che servono anche alcune zone di Calabria e Campania.

Tuttavia è anche la regione con la maggiore attività petrolifera in Italia col 70% delle intere estrazioni nazionali di petrolio. Su buona parte della sua superficie ricadono richieste di coltivazioni di idrocarburi. Nel basso corso del fiume Basento si trova uno dei SIN più grandi che si estende lungo ben 20 km di vallata, lascito del polo petrolchimico ormai in gran parte dismesso.

Nella regione si trova anche un centro di ricerca nucleare,  l’ITREC, dove vi è uno dei maggiori depositi di scorie nucleari della nazione. Qui negli anni ‘60 vi arrivarono 84 barre di combustibile sperimentale Uranio-Torio frutto di una ricerca statunitense che ancora oggi sono lì, solo in parte processati. Oltre a queste criticità maggiori già causa di diversi incidenti ambientali e al centro di varie inchieste, vi è sempre il pericolo costante dello smaltimento illecito di rifiuti, operazione che in Basilicata è facilitata dallo spopolamento e dalla difficoltà di controllo del territorio oltre che dalle difficoltà economiche.

Lago del Pertusillo e Parco Nazionale dell’Appennino Lucano. Crediti immagine: Vincenzo Senzatela

In un territorio così delicato e importante per il patrimonio ambientale, agricolo e per l’approvvigionamento idrico, un monitoraggio ambientale costante e approfondito è fondamentale per garantirne la tutela. Ed è anche necessario che i risultati vengano comunicati in maniera chiara e trasparente in modo che i cittadini possano avere il polso della situazione. L’agenzia che più di tutte è responsabile di queste attività è l’ARPAB. Nel corso dell’ultimo decennio l’agenzia è stata al centro di vicende poco chiare come il furto di documenti avvenuto nel 2015, di numerose polemiche e di diverse inchieste.

Ben tre suoi ex direttori generali sono stati indagati per reati ambientali, uno per non aver comunicato i dati sull’inquinamento della falda sotto il termovalorizzatore Fenice di Melfi, reato da cui è stato assolto (ma l’inquinamento c’era e come vedremo nella prossima puntata c’è tutt’ora, ma non è stato riconosciuto il disastro ambientale) per essere però condannato per reati amministrativi. Gli altri due sono invece tutt’ora coinvolti nell’inchiesta sul petrolgate che riguardano lo smaltimento illecito dei rifiuti petroliferi da parte dell’Eni.

Alla luce di tutto ciò è fondamentale la massima trasparenza e chiarezza di comunicazione affinché si ripristini un senso di fiducia da parte dei cittadini. Purtroppo bisogna constatare che al momento l’ARPAB è lontana dal garantire questi obiettivi. La visita del suo sito evidenzia innanzitutto la difficoltà nell’individuare la totalità dei dati pubblicati per individuare eventuali mancanze e andando a spulciare nei link sparsi nelle varie sottosezioni del sito emergono amare sorprese. Innanzitutto le mancanze.

Quando ad esempio si riescono a trovare le analisi delle acque degli invasi (bisogna cercarle tra i link sparsi perché  tra i temi ambientali non c’è “acqua”) si scopre che i rapporti sono fermi al 2018 e per il solo lago del Pertusillo. Se non altro le ultime analisi sono firmate al contrario di quanto si riscontra a volte negli anni precedenti, ma non riportano i limiti di legge. 

Eppure il Pertusillo si trova al centro del più grande giacimento di petrolio su terraferma d’Europa, quello della Val d’Agri, è circondato da una trentina di pozzi e ha un impianto di primo trattamento del petrolio, il COVA (Centro Oli Val d’Agri), un paio di km a monte. Questo enorme impianto industriale dal forte impatto ambientale (qui l’inchiesta di Rosy Battaglia) è gestito dall’Eni ed è al centro di due inchieste, una per smaltimento illecito di rifiuti e l’altra per uno sversamento di 400 tonnellate di petrolio (auto dichiarate dall’Eni) avvenuto nel 2017 a causa della corrosione dei serbatoi. Nel memoriale di un dirigente della compagnia morto suicida in circostanze mai approfondite risulta però che le perdite dei serbatoi sarebbero iniziate anni prima.

Il Pertusillo è al centro dell’attenzione fin dal 2010 a seguito delle denunce di inquinamento delle sue acque da parte del Tenente della Polizia Provinciale Giuseppe di Bello (accusato per questo di rivelazione di segreto d’ufficio e demansionato e solo di recente pienamente reintegrato a seguito di una piena assoluzione). Da allora vi sono state diverse morie di pesci e varie fioriture algali a volte anche tossiche. 

Le analisi dell’ARPAB hanno sempre escluso legami con l’attività petrolifera anche se analisi fatte da privati cittadini come Di Bello, l’ordinaria di geologia dell’Università di Basilicata Albina Colella e Giorgio Santoriello fondatore dell’associazione COVA Contro, hanno spesso mostrato la criticità di alcuni parametri e una possibile contaminazione da idrocarburi. In ogni caso morie di pesci e fioriture algali denotano un cattivo stato delle acque al punto che potrebbe non essere possibile potabilizzarle. E’ del tutto inaccettabile che in una situazione del genere le analisi siano ferme al marzo 2018. E quanto agli altri invasi le ultime disponibili risalgono addirittura al gennaio 2016. Cosa è successo da allora?

Val d’Agri. Crediti immagine: Vincenzo Senzatela

La sezione suolo e rifiuti che riporta gli ultimi dati sulla produzione di rifiuti urbani e speciali, invece, non viene aggiornata dal 2003. Ma in questo caso i dati sono reperibili in maniera chiara e leggibile sul catasto dei rifiuti dell’ISPRA. E con questa buona notizia vi rimandiamo alla prossima settimana con le altre scoperte che emergono dalla sezione suolo e rifiuti. Per la seconda parte dell’inchiesta fate click su questo link:



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