Far pagare di più chi inquina, dare un valore ai beni naturali, eliminare gli incentivi negativi per l’ambiente, stimolare l’innovazione. Così come attuare una riforma che sposti il carico fiscale a favore di investimenti privati e stimoli l’occupazione green. Attuare il piano nazionale delle bonifiche, ridurre gli sprechi energetici e di cibo, difendere il suolo e le acque. Sviluppare al contempo la mobilità sostenibile e la produzione agricola di qualità.

Se solo alcuni di questi punti enunciati nei due giorni degli Stati Generali della Green Economy, alla Fiera di Ecomondo a Rimini dal 6 al 7 novembre, venissero realizzati, avremmo attuato forse la prima vera rivoluzione nella storia della nostra Repubblica.

Un lavoro imponente, quello prodotto dai gruppi di lavoro guidati da Edo Ronchi, che disegna un futuro possibile attraverso un quadro con 70 precise proposte, completo di roadmap e proposte di provvedimenti normativi, sottoposti al Ministro dell’Ambiente Andrea Orlando e al Ministro dello Sviluppo Economico Zanonato e al direttore del Ministero dell’Ambiente Corrado Clini.

Proprio a fronte di un lavoro così imponente però, il nostro bilancio degli #statigreen13 ci porta a dire che non sono possibili rivoluzioni e “new deal” di ogni sorta senza il coinvolgimento dei cittadini, della società civile, più evocata come spauracchio che come interlocutore necessario.

Certo, ricordiamo che gli Stati Generali della Green Economy, sono nati da un’idea del Ministero dell’Ambiente e le maggiori imprese e associazioni di categoria “green” della Penisola. Ma ci piace far notare che, durante gli StatiGreen, nonostante la presentazione delle relazioni abbia lasciato uno spazio esiguo alle associazioni ambientaliste presenti, dall’altra abbiamo assistito ad grande interazione sui social media della società civile (oltre un milione di tweet prodotti). Uno spazio virtuale che ha misurato la grande attenzione su questo tema e ha permesso di lanciare domande, anche scomode, ai relatori in sala (e in alcuni casi ottenere risposte che vedremo se diventeranno impegni).

Intanto, però, nessuno può toglierci dalla testa che un vero “Green New Deal” italiano può esserci solo se ci sarà davvero un processo condiviso. A fronte di una deindustrializzazione ormai in atto da decenni, dovremmo re- industrializzare, ha ricordato il Ministro per lo Sviluppo Economico Zanonato. Come? Puntando ancora su grandi opere, trivelle e carbone? Se il concetto di “decrescita felice” è, oltre che oscuro, un incubo per la nostra classe industriale, perché non declinare bene invece, a 360° gradi, il concetto di sviluppo sostenibile o di crescita organica?

La vera green economy non può attuarsi con la mera “freddezza” delle istituzioni e la convenienza profit del business, che decide di volta in volta come investire il proprio capitale, ma deve fare i conti, oltre che con la responsabilità sociale ed etica d’impresa, con il ruolo della cittadinanza attiva che oggi, diversamente dal passato, può informarsi, confrontarsi anche attraverso la rete e partecipare consapevolmente ad un profondo processo di trasformazione della società.

Mondo politico e mondo imprenditoriale devono fare i conti con i territori che hanno pagato e stanno pagando con un inquinamento indelebile e vite umane, la disastrosa gestione dell’industria e dell’ambiente in Italia. Magari ricordiamoci di cominciar a far funzionare davvero il Sistri, ad attuare un vera rivoluzione “open data” che fornisca un quadro preciso su stato dell’ambiente e della salute delle popolazioni. Si abbia il coraggio di chiedere ai cittadini cosa pensano, come vorrebbero disegnare un futuro più verde e sostenibile. Solo così riusciremo a realizzare un vero “Green New Deal”.

Ce lo dice, oltre che l’Europa, anche l’Ocse.