Nelle scorse settimane, il documentario “Taranto chiama” è stato presentato alle ragazze e ai ragazzi di Taranto. A tre anni da quella prima domanda da cui è nato questo lavoro: “Perché a Taranto i cittadini non reagiscono come a Brescia?”, che mi avevano chiesto qualche anno fa.

La visione guidata del film non è stata una semplice proiezione, ma un’esperienza di profonda emozione e confronto che si inserisce in un percorso che non si è mai interrotto: ascolto e dialogo con le nuove generazioni, anche attraverso lo strumento del documentario.

Il ritorno all’Istituto Righi di Taranto, con la narrazione delle vicende della loro città, dello stabilimento dove ancora diversi padri lavorano, ha innescato in chi scrive un forte processo di responsabilità, ma anche di ansia. Con quali occhi avrebbero visto tutto questo?

 

E invece, la meraviglia.

I ragazzi sono più avanti di noi. Conoscono la bellezza profonda del loro golfo, del mare, dei delfini e sanno bene, come più di uno ha confessato, che temono per la vita del proprio genitore “costretto” a lavorare in quello stabilimento. È emersa una consapevolezza diffusa del rapporto tra lavoro, salute e ambiente, insieme alla capacità di riconoscere i problemi della città senza rinunciare a una visione di futuro.

Quindi, che responsabilità abbiamo noi, rispetto alle nuove generazioni?  Molti ragazzi tarantini, a differenza che in passato, oggi non vogliono andarsene. Vorrebbero restare, anche se sanno che, in alcuni casi, potrebbero essere costretti a farlo, come accade ad alcuni dei protagonisti del film, con l’idea però di poter tornare e riportare nella propria comunità competenze, energie, intelligenza.

 

Tra loro c’è chi conosce da vicino la realtà del reparto di oncoematologia dell’ospedale di Taranto, perché fa volontariato proprio lì e vede il dottor Cecinati come un punto di riferimento. Tutto questo è da “Paese normale”?

La domanda resta aperta: che cosa sta facendo  il mondo adulto per proteggerli?

Con me c’erano anche Cinzia Zaninelli, presidente dei Genitori Tarantini, e Simona Peluso, madre di Andrea, bambino affetto da una rara mutazione genetica, che insieme al figlio si è costituita parte civile nell’inibitoria avviata presso il Tribunale di Milano. La loro presenza è stata accolta con rispetto e attenzione da parte delle ragazze e dei ragazzi. Taranto si prepara ad accogliere i Giochi del Mediterraneo. Ma nello stesso tempo, il Tribunale di Milano ha stabilito che la fabbrica, nelle condizioni attuali, deve chiudere.

 

Ragazze e ragazzi ne sono consapevoli: sanno che, se nulla cambia, anche la loro vita e la loro salute sono in pericolo. È dentro questa contraddizione che stanno crescendo, mentre l’articolo 9 e il 41 della nostra Costituzione dovrebbero tutelarli.

Alla vigilia dell’Uno Maggio Taranto, che è anche dentro il film, dobbiamo loro delle risposte.

 

Tutto questo fa ancora più male, alla vigilia della Festa dei lavoratori, dove un altro operaio ha avuto un infortunio, per fortuna non mortale, all’interno dello stabilimento ex-Ilva.

“Taranto chiama”, dopo la presentazione al Parlamento Europeo dello scorso 3 dicembre, si appresta ora a iniziare il suo percorso europeo. Da oggi è disponibile in anteprima il trailer sottotitolato in inglese, primo passo per portare questa storia oltre i confini nazionali.

 

Perché quello che accade a Taranto ora chiede di essere guardato anche fuori dall’Italia. 

 

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