A quasi 20 anni dalla messa al bando del Lindano, c’è ancora bisogno di parlarne per l’impatto sulla salute degli abitanti della zona. L’articolo è co-prodotto con Margherita Eufemi, docente presso il Dipartimento di Scienze Biochimiche della Sapienza di Roma nell’ambito del progetto No Zone di Sacrificio sostenuto da Journalism Fund Europe
L’interazione tra l’ambiente in cui viviamo e la nostra salute rappresenta una delle sfide più complesse della medicina moderna. Negli ultimi decenni, la ricerca scientifica ha superato la fase delle ipotesi, confermando con estrema chiarezza che l’esposizione a determinati inquinanti non costituisce un semplice rischio teorico, ma una causa diretta di numerose patologie croniche e acute. Al centro di questa relazione si colloca il processo della carcinogenesi, una trasformazione cellulare che non risponde a un danno immediato, ma scaturisce da un accumulo progressivo di alterazioni. Questi meccanismi includono la genotossicità, ovvero il danno diretto al DNA, l’infiammazione cronica che altera i tessuti nel lungo periodo e lo stress ossidativo. Quest’ultimo, in particolare, aumenta la produzione di radicali liberi capaci di danneggiare le membrane cellulari e disattivare i geni soppressori dei tumori, le naturali difese dell’organismo contro la proliferazione incontrollata.
Oggi, i risultati scientifici supportati da una vasta letteratura epidemiologica e molecolare ci permettono di mappare l’impatto di diverse famiglie di inquinanti — dalle polveri sottili ai metalli pesanti, fino agli organoclorurati — individuando i loro “biotarget” specifici. Questa capacità di descrivere a livello molecolare il meccanismo d’azione delle sostanze tossiche è di fondamentale interesse pubblico, poiché permette di prevedere quali patologie potrebbero svilupparsi in una determinata popolazione a seconda del tipo di inquinante presente. Tale patrimonio di conoscenze non deve restare confinato nei laboratori, ma deve essere tradotto urgentemente in specifici piani di prevenzione sanitaria, specialmente per le popolazioni che risiedono nei territori classificati come Siti di Interesse Nazionale (SIN).
Un esempio emblematico di questa necessità è rappresentato dalla Valle del Sacco. Questo territorio è caratterizzato da una varietà di inquinanti che spaziano dall’amianto ai metalli pesanti, ma è nel 2005 che l’area ha mostrato la sua criticità più specifica con la scoperta, nella filiera agroalimentare, del Beta-esaclorocicloesano (beta-HCH). Questa molecola è un sottoprodotto del pesticida Lindano, caratterizzato da un’estrema stabilità chimica che lo rende resistente alla degradazione naturale. La sua persistenza nell’ambiente ne favorisce il passaggio attraverso la catena alimentare fino all’uomo dove, per bioaccumulo, raggiunge concentrazioni rilevabili nel sangue, come confermato dalle indagini sulla popolazione locale. Studi molecolari hanno evidenziato un impatto “drastico” sulle funzioni cellulari: il beta-HCH agisce infatti come interferente endocrino, è in grado di innescare tutte le fasi della carcinogenesi e induce persino fenomeni di chemioresistenza, rendendo le cellule tumorali refrattarie alle cure.
Le conseguenze di una simile esposizione richiedono un cambio di paradigma nella medicina territoriale. Poiché l’attività di interferente endocrino può causare patologie quali la sindrome dell’ovaio policistico, la menopausa precoce, alterazioni della fertilità maschile e malattie metaboliche, i piani di prevenzione non possono più essere generici. È necessario implementare screening mirati che partano dall’adolescenza, per monitorare lo sviluppo endocrino e metabolico dei giovani, e si estendano a tutta la popolazione adulta con protocolli di sorveglianza oncologica specifica per gli organi bersaglio di queste molecole. Integrare la sorveglianza dei biomarcatori di esposizione con esami diagnostici precoci per i tumori ormono-dipendenti e monitoraggi metabolici costanti è l’unica via per trasformare le evidenze scientifiche in una reale tutela della salute pubblica. Solo attraverso una prevenzione di precisione, che tenga conto della storia ambientale di un territorio, è possibile garantire un futuro ai residenti dei territori inquinanti, trasformando il dato molecolare in uno scudo per la comunità.
Leggi l’inchiesta su Nozonedisacrificio:
Il SIN Bacino del Fiume Sacco: la lotta all’inquinamento non è finita


