Don_Luigi_Ciotti_#scuolacommon_2017-07-05_15-12-24_680x395“Io non vi trasmetto conoscenze certe, vi dò tracce per sognare”. Inizia così l’intervento di don Luigi Ciotti durante i giorni di scuola Common organizzata da Libera, Gruppo Abele, Cittadini Reattivi, Illuminiamo la salute, il Master APC di Pisa , Ondata ad Avigliana (TO). Sono parole del teologo Giovanni Vannucci quelle che ci ricorda don Ciotti. La sala della Certosa di Avigliana è gremita di uomini e donne, ragazze e ragazzi giunti da tutta Italia per ritrovarsi e condividere le proprie vite, storie di resilienza contro il malaffare ma soprattutto per trovare nel “noi” più significato che nell’ “io”.  Un bisogno che don Luigi ci ricorda sottolineando quanto sia necessario, prima di decidere di cambiare il mondo fuori, guardare dentro se stessi perché corruzione vuol dire anche tradire la propria intimità e dignità.

È un accorato discorso sui mali della corruzione quello che tiene attenta e in silenzio la sala della Certosa. La corruzione è una peste che oggi si manifesta nell’intreccio tra criminalità organizzata, criminalità politica ed economica. Rompere questo intreccio non è compito solo della politica ma anche impegno e responsabilità nostra.  È responsabilità dei cittadini perché cittadinanza vuol dire corresponsabilità ed essa nasce dai rapporti educativi e dalla partecipazione alla vita sociale. Un paese corrotto è un paese povero materialmente e culturalmente come quello in cui viviamo oggi in cui sono oltre sei i milioni di italiani che vivono un analfabetismo di ritorno. Un giovane su tre si perde nei primi anni delle scuole superiori e due milioni e 300 mila sono i ragazzi che non lavorano o studiano. È nostro dovere chiederci quali sono le realtà che li accolgono e che si sostituiscono alla scuola. Questa povertà culturale alimenta la corruzione che è “furto di dignità e speranza perché ci impoverisce tutti”. L’invito di don Luigi è di agire, ognuno nel proprio campo, perché “stare dalla parte del bene vuol dire non voltare lo sguardo di fronte al male”.

Ma parlare di corruzione vuol dire allargare la propria visuale e intuire che questa peste ha anche a che fare con la privatizzazione dei beni comuni, fonte di vita della comunità. Oggi più che mai è necessario difenderli per tentare di arginare situazioni inquietanti come quella che riguarda la proprietà delle sementi in tutto il mondo, ormai per l’80% in mano a tre grandi multinazionali. O ancora la certezza che nel giro di due anni, due miliardi e mezzo di persone non avranno più accesso all’acqua potabile. Tanti sono i segnali che ci giungono e richiedono la nostra attenzione nella tutela del bene comune come la consapevolezza che ormai in certi territori è la camorra a gestire il bene primario per eccellenza: l’acqua. Le leggi sono fondamentali per arginare il fenomeno ma non sufficienti perché il male della corruzione sta nella sua radice culturale: l’idolatria del denaro ossia l’illusione che il potere e la ricchezza conducano alla felicità.

Un altro passaggio del discorso riguarda l’etica della responsabilità: la capacità di trasformare le parole in fatti per arginare l’illegalità che, come si legge nella Relazione annuale 2016 della Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo presentata il 22 giugno 2017 dal procuratore nazionale Franco Roberti, mai come oggi è così eclatante. Mafia e corruzione si sostengono a vicenda. Nonostante gli arresti, le mafie -soprattutto la ‘ndrangheta- continuano a essere floride e hanno mutato le strategie di azione per sopravvivere e reinventarsi. Cosa nostra è stata capace di mettere in atto un’opera attiva e permanente di infiltrazione in attività economiche e finanziarie anche nei meccanismi di funzionamento della pubblica amministrazione, soprattutto gli enti locali. Questa modalità infetta la cosa pubblica. Si è visto ad esempio come la ‘ndrangheta intervenga direttamente nei bandi di gara. È mutato il metodo, non più palesemente violento, a favore di uno collusivo – corruttivo.

Anche la Chiesa può inviare un segnale forte a mafiosi e corruttori che vada oltre quell’accorato grido al cambiamento di Papa Francesco nella Chiesa di San Gregorio VII a Roma, al termine della veglia di preghiera promossa dall’associazione Libera nella ricorrenza della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie del 21 marzo 2014: “Convertitevi, ve lo chiedo in ginocchio”. Per questo è in atto una discussione in Vaticano che passi dalle parole ai fatti e commini la scomunica a mafiosi e corruttori.