notriv_cittadinireattivi_by_vincecammaParte con questo articolo di Pietro Dommarco, giornalista d’inchiesta freelance, la collaborazione tra Terre di Frontiera, il nuovo mensile di approfondimento sui temi ambientali, da lui diretto e Cittadini Reattivi. L’occasione è quella, ad un mese esatto dal voto previsto per il quesito referendario sulle trivellazioni, del blogging day lanciato dalle Donne Viola e dalla rete dei blogger sociali italiani. Una mobilitazione dell’informazione civica e dal basso che vuole colmare le lacune di conoscenza su un tema molto sentito e partecipato: il rispetto del nostro mare, dell’ambiente e l’uscita dell’Italia da una politica energetica fossile. Presa di posizione necessaria anche a fronte della circolare del Ministero dell’Interno, a tutte le prefetture, contestata dal Sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, presidente di ANCI Sicilia,  che sancisce il “divieto alle pubbliche amministrazioni di svolgere di attività di comunicazione” in rispetto della cosidetta “Par Condicio”, durante il periodo di campagna elettorale. Che si scontra però conla difesa dell’autonomia comunale sulle scelte che ricadono sul proprio territorio” in conflitto con il decreto Sblocca Italia, che ha estromesso enti locali e regionali da molte scelte decisionali.

Referendum Trivelle: perché è fondamentale il voto del 17 aprile di Pietro Dommarco

Il 17 aprile 2016 voteremo il primo referendum abrogativo della Repubblica sulle trivellazioni petrolifere. Questo rappresenta già un successo. I cittadini saranno chiamati a rispondere sì o no al seguente quesito:

<<Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?>>.

Semplificando, saremo chiamati a decidere se cancellare o meno la norma che oggi permette alle compagnie petrolifere di ricercare ed estrarre gas e greggio in mare, entro il limite delle 12 miglia dalla costa (poco più di 22 chilometri), senza alcun limite di tempo. Il referendum riguarda esclusivamente le autorizzazioni già rilasciate. E’ una sfida. E come tale, ha fondamenta solide ma controverse. E meritano di essere raccontate.

Il percorso referendario

Il referendum del 17 aprile – ed ancor prima il dibattito relativo al limite di interdizione delle 12 miglia marine – parte da lontano. Nell’aprile del 2010 esplode la piattaforma Deepwater Horizon della British Petroleum nel Golfo del Messico. Sull’onda di questo incidente il ministro all’Ambiente del governo Berlusconi allora in carica, Stefania Prestigiacomo, vieta tutte le attività petrolifere lungo la fascia costiera innalzando il limite di interdizione dalle 5 alle 12 miglia. Due anni più tardi – siamo nel 2012 – il ministro allo Sviluppo economico del governo Monti, Corrado Passera, vara il decreto “Sviluppo” che, con l’articolo 35, riabilita tutti i procedimenti bloccati dalla Prestigiacomo. È un anno cruciale perché – quasi contestualmente – nasce la Strategia energetica nazionale (Sen), con la quale viene pianificato il futuro energetico del Paese fortemente sbilanciato verso il raddoppio della produzione nazionale di gas e di greggio. In sostanza, le attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi, nonché quelle di stoccaggio di gas, acquisiscono carattere strategico. Strategicità messa nero su bianco nel 2014 dal governo Renzi, con il decreto-legge “Sblocca Italia”. Con quello che è stato considerato un vero colpo di mano da associazioni ed enti locali, il potere decisorio in materie energetica passa dalle Regioni allo Stato.

Agli inizi del 2015 le Regioni Abruzzo, Calabria, Campania, Lombardia, Marche, Puglia e Veneto impugnano lo “Sblocca Italia” dinanzi la Corte Costituzionale. A settembre, invece, Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto depositano in Cassazione sei quesiti referendari con oggetto l’abrograzione di alcune parti dell’articolo 35 del decreto “Sviluppo” (governo Monti) e dell’articolo 38 dello “Sblocca Italia”, con l’obiettivo di acquisire nuovamente potere decisorio in materia di energia. Con alcuni dei sei quesiti referendari le Regioni hanno chiesto, da un lato, di abolire il Piano delle aree (articolo 38, comma 1-bis, del decreto-legge “Sblocca Italia”) inerente la razionalizzazione delle attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi con decisione “esclusiva” da parte dello Stato e, dall’altro, la durata delle attività previste sulla base del nuovo titolo concessorio unico.

Il governo Renzi, per tutta risposta, approva un emendamento alla Legge di Stabilità modificando alcune norme oggetto dei sei quesiti referendari. La Cassazione ne prende atto ed accetta solo uno dei sei referendum. Quello che in data 19 gennaio la Corte Costituzionale ha ammesso a consultazione. Con la legge di Stabilità viene abolito il Piano delle aree e ripristinato il limite delle 12 miglia marine, oltre che cancellato il carattere strategico, di indifferibilità ed urgenza conferito alle attività petrolifere. Ma la querelle continua, perché a gennaio di quest’anno, Basilicata, Liguria, Marche, Puglia, Sardegna e Veneto hanno sollevato conflitto di attribuzione nei confronti del Parlamento cercando di riabilitare i referendum dichiarati inammissibili. Il 9 marzo i giudici costituzionali hanno bocciato i ricorsi per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, motivando la bocciatura per un vizio di forma, in quanto la volontà di sollevarli non è stata espressa “da almeno cinque dei Consigli regionali che avevano richiesto il referendum”, ad eccezione della Regione Veneto.

Perché è importante il voto del 17 aprile

Il governo Renzi, con il braccio di ferro messo in atto con i territori – tra la stesura del decreto-legge “Sblocca Italia” e le successive modifiche sancite dalla legge di Stabilità – ha fatto di tutto per scongiurare il referendum democratico proposta da associazioni, comitati e cittadini sotto la sigla del Coordinamento nazionale No Triv e le Regioni. Lo ha fatto cercando di scongiurare il raggiungimento del quorum, rigettando l’ipotesi dell’Election Day (accorpamento del referendum con le amministrative di giugno) che avrebbe fatto risparmiare alle casse dello Stato dai 300 ai 400 milioni di euro. Al di là di quello che sarà il risultato elettorale siamo di fronte ad un’occasione storica per decidere quale debba essere il futuro energetico del nostro Paese, certamente non orientato allo sfruttamento delle fonti fossili. Un voto importante anche in previsione del possibile referendum costituzionale di ottobre con il quale si cercherà di modificare il Titolo V della Costituzione. Con il potere decisorio in materia energetica che passerebbe definitivamente nelle mani dello Stato e delle lobbies del fossile.

Pietro Dommarco

grazie a Vince Cammarata per la copertina

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