Riceviamo e pubblichiamo dalla comunità di Taranto, la lettera inviata al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, sottoscitta in poche ore da 123 cittadini e associazioni.

Egregio Presidente Giuseppe Conte,

adesso dovrebbe bastare, non crede?

In piena pandemia abbiamo finalmente potuto ascoltare dalla sua viva voce che la salute della popolazione è il primo diritto da tutelare. Come lei sa bene, le parole hanno un peso, un valore, un significato. Speravamo, in cuor nostro, che la sua dichiarazione valesse per tutti, ma così non è stato. Una delle poche, pochissime aziende che ha continuato a funzionare senza interruzioni è stata la ArcelorMittal, a Taranto. Ancora una volta, Taranto è stata trattata a livello di possedimento e non di parte della Repubblica italiana; ferita e stuprata come una donna succube di folli comportamenti che qualche uomo (!) potrebbe far passare come diritto.

Quando si parla di produzione di acciaio, tutti gli schieramenti politici si trovano stranamente d’accordo. E’ su questo argomento che si arenano tutti i dissapori, si appianano le differenze, si pongono pietre tombali sugli ideali, sia a destra che a sinistra (e lei è stato presidente di un consiglio dei ministri di centro-destra ed ora lo è di centro-sinistra).

Quartiere Tamburi, Taranto, foto Rosy Battaglia – Cittadini Reattivi

Perseverare è diabolico, dottor Conte, anche quando si parla di una fantomatica ‘produzione strategica per la nazione’; anche quando quella ‘produzione’ continua ad essere una perdita economica che porterà alla catastrofe nazionale; soprattutto quando quella ‘produzione’ regala morte, malattia, disperazione.

Purtroppo, è convinzione comune, tra i politici, che solo grazie all’industria pesante una nazione può ottenere dal resto del mondo rispetto ed attenzione. Bisogna essere tra i paesi più industrializzati, se si vuole partecipare ad incontri a numero ristretto. Non interessa quale danno economico questa idea produrrà, ci si butta a capofitto nell’avventura che già si sa perdente, perché perdente è ormai da decenni, incorniciandola in definizioni atte a toccare lo spirito dei connazionali: ‘produzione strategica per l’Italia’.

Non importa se le materie prime si devono acquistare da altre nazioni, arricchendo queste a scapito della propria; non importa se la ‘produzione strategica’ viene affidata ad una multinazionale franco-indiana, colpevole in tutto il mondo di nefandezze a danno dell’ambiente e della salute delle persone. Forse importa ancora meno prostrarsi davanti alla suddetta multinazionale, accettando di rimettere in discussione un contratto già discusso e firmato dalle parti, pur di continuare questa ‘produzione strategica nazionale’.

E quando proprio non ci si può piegare di più, ecco arrivare una falsa ribellione e la dichiarazione che lo Stato interverrà personalmente attraverso Invitalia, in un rigurgito di nazionalismo che non tiene conto dei danni all’ambiente e alla salute degli italiani di Taranto e provincia. Con l’arroganza di credere che lei avrà la strada spianata, senza neppure considerare un eventuale parere sfavorevole della Corte dei Conti. E con la presunzione di chi può infischiarsene della sentenza di condanna della CEDU ed evitare di rispondere al Comitato dei ministri del Consiglio europeo.

Senza dimenticare che tra poco più di un mese lo Stato italiano dovrà nuovamente rispondere davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dei diritti, tuttora violati, alla vita e alla salute di noi tarantini (il suo governo dovrà presentare le memorie difensive entro il 23 luglio). A questo non potrà sottrarsi, immaginiamo.

Quanto, fino ad oggi, lo Stato italiano ha pagato in stipendi e benefit i commissari governativi? Quanti miliardi di euro ha messo in campo per l’attuazione dell’A.I.A. (più volte scaduta e più volte prorogata, al pari di una musica con finale ad libitum) e quali risultati sono stati ottenuti, se non qualcosa molto vicino allo zero?

Il fatto è che, quando si parla di acciaieria con produzione a caldo, si deve mediare tra salute e lavoro; si arriva addirittura a dichiarare che ‘i tarantini devono scegliere tra salute e lavoro’, quando sappiamo benissimo tutti che mai è stata concessa tale scelta. Quando si parla di produzione a caldo (quella altamente inquinante), si sceglie di chiuderla a Genova e a Trieste per tutelare la salute di lavoratori e cittadini. A Taranto, quindi, non ci sono lavoratori né ci sono cittadini.

Questo governo, al pari dei precedenti dell’ultimo decennio, non ha tenuto e non tiene in considerazione i dettami costituzionali che parlano di lavoro da svolgere in salute, in sicurezza, in un ambiente salubre e con dignità, retrocedendo i lavoratori dell’acciaieria tarantina al ruolo di schiavi.

In 8 anni, da un sequestro senza facoltà d’uso degli impianti dell’area a caldo, prima con la gestione statale e dopo con quella del più grande produttore mondiale di acciaio, il governo non è riuscito a risolvere né i gravissimi problemi d’inquinamento né quelli occupazionali, mentre la fabbrica continua a perdere fino a oltre 100 milioni al mese. E’ il momento di cambiare strada, di chiudere la vecchia fabbrica della morte e di dare a Taranto le alternative economiche ed un giusto risarcimento, a partire dall’istituzione di una no-tax area.

Adesso dovrebbe bastare, non crede?

Ass. Genitori tarantini – Ets

Aps LiberiAmo Taranto

Comitato Quartiere Tamburi

Comitato Verità per Taranto

Ass. Cult. Il laboratorio di Mimmo Fornaro

EPA Tutela Salute e Ambiente

E i seguenti 123 cittadini: Lina Ambrogi Melle – Roberto Missiani – Fulvia Gravame – Imma Lanza – Isabella Santoro – Valter Grubissa – Giorgia Monticelli – Luigi Giancipoli – Adele Labile – Elisabetta Guarini – Alessandra Fiusco – Andrea Friolo – Chiara Patano – Francesca Piccinni – Massimo Valerio Scatigna – Aldo Schiedi – Vincenzo Colucci – Giulia Colucci – Pietro Colucci – Serena Battista – Pierina Marturano – Ciro Lotta – Leonardo Mongelli – Anna Oriolo – Antonio Marra – Rocco Laguardia – Serena Laguardia – Caterina Bonavoglia – Candida Fasano – Francesca Colonna – Salvatore Magnotta – Nevia Persano – Antonella Coronese – Domenico Bernaus – Mimmo Chirico – Asia Chirico – Vincenzo Litta – Ada Le Noci – Loredana Chiapparino Rebuzzi – Aurelio Rebuzzi – Enrico Quarto – Palma Musio – Francesco Quarto – Gioele Quarto – Francesca Siciliano – Moreno Caiazzo – Beatrice Taurino – Rosarita Bottiglieri – Carmela Adamo – Emanuele Losavio – Barbara Losavio – Umberto Losavio – Giuseppe Di Bello – Carmela Perrone – Stefano Caracciolo – Davide Caracciolo – Angela Sgarra – Angelo Pizzo – Stefania Imperato – Francesco Stola – Francesca Blandino – Carlo Ruggiero – Simona Pizzo – Gianni Paone – Ivana Capone – Gaspare Lamanna – Carmela Bellino – Rina Grassi – Loredana Albano – Antonio Esposito – Clementina Vivenzio – Pierfrancesco Dello Russo – Germano De Quarto – Alessandro De Quarto – Sara De Quarto – Filomena Gaimani – Salvatore Gentile – Raffaella Marinella – Cosimo Fornaro – Anna Andrisani – Alessandra Fornaro – Valentina Fornaro – Giovanni De Santis – Canio Maffucci – Angela Del Regno – Alessandra Maffucci – Francesco Cosa – Rita Costagliola – Cristiano Cosa – Cinzia Maggi – Luigi Abbate – Saverio Gigante – Mimma Del Pozzo – Nicola Corona – Nicola Riccardi – Marta Sarli – Annarita Ciampaglione – Egidio Maggio – Concetta Tiziana Di Giovanni – Francesco Pugliese – Renato De Angelis – Michele Digiorgi – Concetta Puglia – Serena Falcone – Francesco Chyurlia – Margherita Zonno – Anna Maria Pesare – Vito Angelo Caputo – Serena Chyurlia – Claudia Caputo – Valeria Todaro – Marcello Ingrosso – Sabrina Maggio – Mario Liverano – Antonella Massaro – Walter Di Stefano – Gianni Caloro – Silvana Maggi – Luigi Mastrangelo – Antonio Scrimieri – Elisabetta Mele – Valentina Pastorizia – Ennio Massa – Gianfranco Carrieri

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