Immagine tratta dal profilo Facebook di Luciano Manna, Veraleaks.

Salute, lavoro, PIL, economia, ambiente. L’epidemia da Covid-19 ha portato alla luce tutte le le contraddizioni del nostro attuale modello di sviluppo. Tutti discorsi che i cittadini di Taranto o chi segue le vicende legate all’Ilva si sente ripetere da anni. Anche la Puglia sta combattendo una difficile battaglia contro il Covid-19, più volte soprannominato “il nemico invisibile”, ma a Taranto la guerra contro un “nemico invisibile” viene combattuta quotidianamente: l’inquinamento, causato dal “grande mostro”, l’Ilva. 

Lo ha affermato anche Gino Strada, fondatore di Emergency, durante la conferenza stampa -tenutasi rigorosamente in streaming- dell’”Uno Maggio Taranto Libero e Pensante, evento organizzato annualmente dal comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti“La battaglia che da anni conduce Taranto ha un enorme significato, diventato universale perché in tutto il mondo aumentano le lotte per un ambiente vivibile”, ha dichiarato. 


E lo continua a ricordare anche Alessandro Marescotti che il 9 giugno 2020, attraverso il portale di Peacelink di cui è fondatore, riporta i dati delle centraline Arpa/Ispra per il trimestre marzo, aprile, maggio 2020: benché in questi ultimi mesi la produzione sia nettamente calata e i parchi minerali siano stati coperti, l’inquinamento non diminuisce. Anzi, ad aumentare sono le polveri sottili PM2,5 (+82%), PM10 (+81%) e il benzene (+199% con un picco nei primi di giugno) facendo registrare addirittura una situazione peggiore rispetto ai trimestri del 2019 e del 2018. Sono tutte sostanze altamente cancerogene che si riversano sui quartieri circostanti la fabbrica, aumentando il rischio sanitario. Un inquinamento di tale portata rischia di avere ricadute anche su patologie quali infarto e ictus.

Stabilimento ArcelorMittal-Ilva, Taranto 9 giugno 2020, foto di Luciano Manna

Da Ilva ad Arcelor Mittal, facciamo un po’ di memoria

ArcelorMittal fa il suo ingresso in Ilva (attualmente in amministrazione straordinaria) nel settembre 2018 stipulando un contratto di affitto con il governo italiano e ricevendo la “benedizione” dei sindacati. Il piano prevedeva la piena occupazione per circa 10.700 operai e la promessa di forti investimenti per mettere a norma gli impianti di produzione. Ben poco è stato fatto: come abbiamo visto i parchi minerali sono stati coperti ma non è assolutamente sufficiente.


Dopo poco più di un anno ArcelorMittal manifesta la volontà di recedere dal contratto di affitto con delle motivazioni che riteneva ostative per il prosieguo della sua attività: oltre ad esigere lo scudo penale riguardante il piano ambientale, temeva il rischio del sequestro e dello spegnimento dell’altoforno 2 e sottolineava il clima ostile nei suoi confronti da parte delle istituzioni cittadine e della comunità.


In fretta e furia si cerca un nuovo accordo per riappacificare gli animi e fare di tutto affinché ArcelorMittal rimanga alla guida dell’Ilva: gli interessi in gioco sono troppi. Si sigla così un nuovo contratto tra le parti il 4 marzo 2020 i cui punti fondamentali riguardano da una parte l’ingresso di investitori pubblici e privati nel capitale sociale dell’azienda e, dall’altra, il versamento da parte di ArcelorMittal di una caparra penitenziale di 500 milioni di euro qualora opti comunque per lasciare lo stabilimento di Taranto entro la fine dell’anno.

Vengono stabilite, inoltre, delle linee guida sotto il profilo industriale: nel giro di 5 anni lo stabilimento dovrebbe tendere verso un ammodernamento con tecnologie green, quindi con una graduale decarbonizzazione utilizzando forni elettrici. Quest’ultima innovazione è vista di buon occhio, dal sindaco di Taranto ma non dalle associazioni ambientaliste e civiche del territorio che la ritengono rischiosa proprio dal punto di vista ambientale. Basandosi questa tecnologia sul riciclo di materiale ferroso, infatti, una cattiva qualità del rifiuto o del rottame utilizzati nel ciclo produttivo comporterebbe ulteriori problematiche ambientali.

D’altra parte gli studi che bocciano questa tecnologia, già in uso in altre acciaierie, non mancano: resta alto il rischio di inquinamento dovuto alla produzione di diossine, PCB (policlorobifenili). Anche l’Associazione Medici per l’Ambiente (ISDE – Italia)  nello studio Acciaieria con forno elettrico” rivela tutti i rischi cancerogeni e l’impatto sulla salute dei cittadini, come sanno bene gli abitanti di Brescia.

Con l’accordo del 4 marzo i sindacati rimangono con l’amaro in bocca perché non ci sono certezze sul piano occupazionale. Dopodiché scoppia la pandemia globale per Coronavirus che aumenta l’incertezza e le preoccupazioni dei lavoratori.

Operai in sciopero a Genova, fonte Radio Onda d’Urto

Inizia un periodo di contrattazione sindacale e gli operai cominciano a scioperare: il primo sciopero “post-lockdown” infatti è stato organizzato dai lavoratori dello stabilimento Ilva a Genova il 21 maggio. Anche a Taranto gli operai hanno incrociato le braccia il 9 giugno per chiedere un nuovo piano industriale che preveda la piena occupazione e il risanamento ambientale, opzioni previste dall’accordo tra governo, sindacati e ArcelorMittal già nel settembre 2018.

La situazione è in stallo e l’incontro avvenuto tra le parti il 9 giugno non ha portato i risultati sperati: il governo boccia il nuovo piano industriale “Post Covid Business Plan 2020-2025” presentato dall’azienda franco-indiana, mentre ArcelorMittal intende arrivare all’obiettivo dei circa 5000 esuberi (3300 più altri 1800 lavoratori rimasti in capo all’Ilva in Amministrazione Straordinaria e in cassa integrazione da settembre 2018) e di poter ulteriormente allungare le tempistiche per i piani di investimento, soprattutto ambientali. In tutto ciò, inoltre, la richiesta del colosso dell’acciaio al governo è di circa 1,5 miliardi di euro spalmati in due anni, con circa 200 milioni a fondo perduto. Il tutto, in maniera diretta o indiretta, sarebbe a carico dei contribuenti italiani.

L’Ilva rimane una fabbrica fuori norma per mancanza di risorse e il futuro non è roseo. Lo stesso Marescotti sottolinea più volte che fra le varie problematiche, quella economica ha un peso enorme: l’Ilva perde 100 milioni di euro al mese, il mercato dell’acciaio è oramai in mano alla produzione cinese con prezzi molto più vantaggiosi e, se ArcelorMittal lasciasse lo stabilimento di Taranto, se ne andrebbe portandosi via anche i clienti. 

L’ingresso dello Stato italiano in questa fabbrica potrebbe rivelarsi un ulteriore disastro economico, anche a causa dell’andamento oscillatorio che caratterizza il mercato dell’acciaio, in ulteriore ribasso in questo contesto di pandemia. Se già prima la produzione di acciaio a Taranto era diminuita, ora le difficoltà sono ancora maggiori: l’obbiettivo di ArcelorMittal era quello di raggiungere le 8 tonnellate di acciaio all’anno, mentre attualmente ne produce meno di 5.
L’idea di fondo, quindi, sarebbe quella di utilizzare i fondi della Cassa Depositi e Prestiti, un’istituzione finanziaria controllata per l’83% dal Ministero dell’economia e per il 16% da alcune fondazioni bancarie, che gestisce il risparmio postale di milioni di cittadini.

Questa opzione secondo Marescotti è da escludere perché “per Statuto, la CDP prevede l’assunzione, anche indiretta, di partecipazioni in società di rilevante interesse nazionale – che risultino in una stabile situazione di equilibrio finanziario, patrimoniale ed economico e siano caratterizzate da adeguate prospettive di redditività.

Una parte delle tasse pagate dai cittadini servirebbero quindi non ad aiutare, ad esempio, il Sistema Sanitario Nazionale che durante la pandemia ha rivelato tutte le sue criticità, ma a salvare una fabbrica che aumenta il rischio di malattie dei cittadini di Taranto, e non solo: infatti, secondo le ricostruzioni del processo “Ambiente Svenduto”, Ilva consapevolmente vendeva polveri contenenti piombo, selenio, cadmio, rame, cianuri e solo in minima parte anche potassio ad alcune aziende che si occupano di concime, le quali a loro volta -si presume- li utilizzavano o rivendevano in tutta Italia.  

Intanto, proprio in queste ore, cittadini e associazioni scrivono una lettera aperta al presidente Giuseppe Conte:

“In 8 anni, da un sequestro senza facoltà d’uso degli impianti dell’area a caldo, prima con la gestione statale e dopo con quella del più grande produttore mondiale di acciaio, il governo non è riuscito a risolvere né i gravissimi problemi d’inquinamento né quelli occupazionali, mentre la fabbrica continua a perdere fino a oltre 100 milioni al mese. E’ il momento di cambiare strada, di chiudere la vecchia fabbrica della morte e di dare a Taranto le alternative economiche ed un giusto risarcimento, a partire dall’istituzione di una no-tax area”.

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