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Si è recentemente concluso con una condanna in primo grado il processo per la strage di Viareggio: non si trattò di un incidente inevitabile, il deragliamento e l’esplosione del vagone cisterna che costò la vita a 32 persone. Diversamente, però, è andata per i 24 operai della Pirelli di Milano e le centinaia di operai della Fibronit di Broni morti per amianto. I due processi conclusi lo scorso autunno hanno dato assoluzione piena ai dirigenti delle due aziende ribaltando le sentenze di condanna in primo grado. Allo stesso modo è finita in primo grado per i 28 morti o gravemente ammalati di un altro filone del processo Pirelli. Eppure il legame amianto-tumore (il mesotelioma nella fattispecie) è ormai dato per assodato: il ministero della salute valuta infatti attorno al 80% la percentuale di mesoteliomi causati da amianto, spesso causati da un’esposizione professionale. Nelle aule di giustizia sembra però che questo nesso faccia fatica a tramutarsi in responsabilità penali e in eventuali condanne e questo avviene non solo per l’amianto, ma più in generale nei casi di esposizione professionale a sostanze cancerogene. Quali sono le cause di queste difficoltà e cosa si può fare per superarle?

Proprio a questi problemi cerca di rispondere il disegno di legge illustrato oggi a Palazzo Madama che prevede l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro e del reato di lesioni personali sul lavoro gravi o gravissime, con i senatori Giovanni Barozzino, presentatore del disegno di legge; Felice Casson, Commissione Giustizia del Senato ; Giorgio Airaudo della Commissione Lavoro Camera dei Deputati e Maura Crudeli, Presidente Associazione Italiana Esposti Amianto; Sebastiano Calleri, Responsabile Salute Sicurezza CGIL Nazionale;  Sara Palazzoli, responsabile salute e sicurezza FL e Carlo Soricelli, Osservatorio morti sul lavoro di Bologna.

Saranno anche presentati gli atti del convegno tenuto presso il Senato lo scorso 23 settembre su I procedimenti penali per i tumori professionali: giustizia o ingiustizia?”. Promosso da un gruppo di associazioni come Medicina Democratica, AIEA, Legambiente, Isde Medici per l’ambiente e  Cittadinireattivi e dal senatore Felice Casson, l’evento ha coinvolto scienziati, avvocati e magistrati sul tema della giustizia in riferimento agli effetti delle sostanze cancerogene impiegate in diversi stabilimenti.

Dagli interventi durante il convegno sono emerse tutte le criticità e le difficoltà che i processi incontrano, quando si provano a verificare delle eventuali responsabilità penali nei casi di tumori legati al lavoro. La causalità diretta tra esposizione a una sostanza pericolosa e la malattia è infatti un terreno di dibattito scientifico molto scivoloso in cui le aziende sono spesso in grado di produrre studi scientifici ad hoc che il già medico del lavoro Edoardo Bai e rappresente di Isde, promotore del convegno, non ha esitato a definire junk science o scienza spazzatura. L’epidemiologo Benedetto Terracini durante il suo intervento ha affermato che “si tratta di vera e propria ricerca mirata non a produrre nuova conoscenza, bensì ad influenzare le decisioni di politici e dell’autorità sanitaria su una sostanza o su di un inquinante.

Un altro problema che emerge durante i processi è la mancanza di dati dovuta di fatto a una mancanza di monitoraggio (e di conseguenza di prevenzione) da parte della pubblica amministrazione. Mentre queste difficoltà in cui si dibattono i processi ne aumentano difficoltà e durata si avvicina così la prescrizione che incombe come una scure sul processo minacciando cancellare anni e anni di indagini e di mettere fine alla speranza di giustizia. E’ questo ad esempio il caso Eternit dove alle condanne durissime in primo e secondo grado in Cassazione è seguita una prescrizione dei reati.

Nelle motivazioni depositate dalla Corte emerge addirittura una beffa: pur ritenendo l’accusato responsabile delle condotte ascritte, i reati erano già prescritti all’inizio del processo. Questo caso così eclatante illustra alla perfezione un problema di fondo di questi processi e cioè la grande distanza temporale che può intercorrere tra l’esposizione a una sostanza pericolosa, il manifestarsi della malattia e la presa di coscienza che porta alla denuncia verso i datori di lavoro. Si giunge così al nodo cruciale che il disegno di legge intende affrontare per evitare che i processi muoiano senza avere una sentenza definitiva: il ddl proposto infatti prevede che la prescrizione venga sospesa dopo la sentenza di primo grado. Se questa legge da sola non garantirà che tutti i processi arrivino a sentenza, di sicuro salverà molti processi permettendo inoltre ai magistrati di lavorare con la dovuta attenzione. Ora il ddl c’è, ma va approvato in Parlamento e per questo oggi durante la presentazione è stata proposta una mobilitazione per far si che questo avvenga al più presto.

Qui gli atti del convegno “I procedimenti penali per i tumori professionali: giustizia o ingiustizia

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