Dai giovani può nascere una nuova antimafia. Quella che parte dai figli dei boss. Che sia anche il pezzo di antimafia che manca a chi si è da sempre trovato- per scelta o per caso- dalla parte giusta, non l’aveva ancora pensato nessuno. Mancava una donna a creare nella terra di nessuno il collante che Noi e Loro non riusciamo neppure a immaginare. Noi e Loro, due insiemi disgiunti e mai complementari. Non per sempre però. Almeno fino a quando la preside Maria Rosaria Russo non ha messo piede nel liceo Piria di Rosarno, una realtà in cui il figlio della vittima e il figlio del carnefice sono spesso compagni di banco. Serena Uccello, giornalista de Il Sole 24 Ore, racconta in “Generazione Rosarno”, edito da Melampo, le storie di vite interrotte che la scuola ha saputo recuperare e dar loro quella protezione che a 17 anni non solo desideri ma necessiti. Perchè se non ci pensa la scuola, saranno le organizzazioni criminali che ne assolveranno il compito.

Il libro è stato presentato alla quarta edizione del Festival dei beni confiscati alle mafie tenutasi dal 6 all’8 novembre a Milano. Un’occasione che ha aperto le porte di alcuni dei beni che un tempo furono dei mafiosi e che oggi ospitano realtà associative a carattere sociale. Come l’Associazione Suoni Sonori che ha dato nuova vita all’appartamento di via Curtatone 12 dove ogni giorno si insegna l’arte musicale a persone che provengono da percorsi di vita difficili.

L’incontro, moderato dalla giornalista Raffaella Calandra, ha visto anche la partecipazione di Ombretta Ingrascì, studiosa della criminalità organizzata e membro del Comitato antimafia del Comune di Milano. “La scuola è temuta perchè vengono insegnati modelli diversi di donna– racconta Ingrascì- Esiste un mondo femminile che si ribella e si interroga sul fatto che siano considerate solo merce di scambio”. Una realtà che è capace di affermare che i ragazzi sono tutti uguali, senza distinzione tra figli di ‘ndranghetisti, figli di collaboratori o di testimoni. Maria Rosaria Russo diventa il simbolo delle donne calabresi che non stanno più a guardare. Anche in virtù del fatto che oggi in Calabria ci sia un terreno più fertile rispetto al passato, capace di far emergere storie positive, sotterrate per lungo tempo. “La scuola di Rosarno è un esempio di pedagogia civile- conclude Ingrascì- che si contrappone alla pedagogia nera della ‘ndrangheta.”