In questi giorni siamo travolti da informazioni confuse e contrastanti che si accumulano a un ritmo insostenibile tra interviste ad esperti di vario tipo, titoli sensazionalistici, fakenews, dichiarazioni di politici e decreti governativi e regionali. Le mascherine servono, non servono (ma le avesse almeno il personale sanitario!), possiamo uscire a correre, non possiamo uscire a correre, possiamo portare i bambini fuori, non possiamo portare i bambini fuori, esiste una cura, il virus è sull’asfalto, il virus è nell’aria, sport e passeggiate sì, no, solo sotto casa, chi esce è comunque un untore, però dobbiamo tornare al più presto a lavoro.

In mezzo a questa confusione spesso il dibattito si avvita su alcuni aspetti come il conteggio ossessivo giorno per giorno dei contagi e dei morti, la permanenza più o meno lunga del virus nell’aria, l’opportunità dell’uso massivo delle mascherine, il runner o l’irresponsabile untore, le presunte folle nelle vie del centro (ottenibili con un adeguato teleobiettivo sfruttando un semplice effetto prospettico) dove il virus viaggerebbe da passante a passante.

E’ quella che è stata definita epidemia di informazioni o anche infodemia, già trattata da Rosy Battaglia all’inizio dell’emergenza, un’epidemia che sta accompagnando quella ben più triste e grave del coronavirus, ma che comunque aggiunge il suo pesante fardello di effetti deleteri generando confusione, ansia, paura, inquinando il dibattito pubblico, inficiando una partecipazione consapevole all’emergenza e innescando istinti e risposte irrazionali nelle persone e persino minando il sistema immunitario delle persone.

Un sistema dell’informazione votato al sensazionalismo, dove le informazioni sono solo merci da vendere e non strumenti fondamentali per la partecipazione come cittadini alla vita pubblica, un sistema che ha drogato il modo di far politica, dove un decreto o un’ordinanza non sono uno strumento di amministrazione, ma anche di propaganda, il cui scopo immediato è l’essere annunciato sui media, è questo il terreno di coltura in cui l’infodemia ha potuto dilagare.

Il meccanismo è messo in luce molto chiaramente da un rapporto di Infomedia Sardegna, associazione che si occupa di monitorare l’informazione della regione Sardegna. Dai tempi di una comunicazione improntata all’istantaneità incapaci di rapportarsi e di rappresentare i tempi lenti di un’epidemia o della ricerca scientifica, a una comunicazione scientifica dove dilaga una generale mancanza di comprensione di come funziona la scienza, a volte anche fra chi la fa, per finire a una comunicazione istituzionale votata allo spettacolo, lo scenario messo in luce da Infomedia Sardegna mostra una barca fa acqua da tutte le parti.

Si osservano così l’informazione e il dibattito pubblico avvitarsi su alcuni aspetti specifici, come la possibilità di fare sport da soli, di portare i bambini o i cani fuori, di portare o meno le mascherine, aspetti più o meno importanti, ma di secondo ordine, rispetto al cuore dell’emergenza e che eludono o travisano le cause primarie delle difficoltà che stiamo attraversando. Ad esempio, sulla scorta dei decreti di alcuni governatori regionali e di alcuni titoli di giornali mainstream hanno parlato di virus che circola nell’aria e prontamente cambiati, ma non dopo aver diffuso ulteriore ansia (qui un articolo approfondito che tratta la questione) si parla in continuazione di mascherine, quando quelle fondamentali per non contagiarsi come le FP2 e le FP3 nemmeno il personale sanitario ancora ce l’ha in maniera diffusa.

E il perché non ce l’abbia è in realtà una questione ben più cruciale dell’eventuale uso massivo di mascherine normali, perché finché il personale sanitario non ha adeguate misure di protezione, continuerà ed essere alto il rischio di trasformare in focolai le strutture in cui lavora. Cosa che fino ad oggi continua puntualmente a verificarsi in numerosi ospedali e case di cura tanto da nord a sud, con moltissime vittime e già numerose indagini aperte a riguardo. Questione questa che è legata alla mancata attuazione del piano pandemico, che pur non aggiornato avrebbe consentito di affrontare l’emergenza con adeguate scorte di tamponi, mascherine, reagenti, di protocolli sanitari adeguati e di individuare per tempo i primi focolai.

Un impreparazione costata carissimo e già denunciata da più parti e costata una diffida alle Aziende di tutela della Salute, alla regione Lombardia e al Ministero della Salute da parte della Federazione Medici di Medicina Generale. C’è poi la questione della mancata dichiarazione della zona rossa nel bergamasco che ha portato all’esplosione del più grande focolaio del paese con migliaia di vittime. Altra questione infine è il perché si sia concesso alle industrie di rimanere aperte tramite una semplice autodichiarazione o concedendo un cambio in extremis del codice ATECO, anche nel caso non ricadessero nella già lunga lista delle attività ritenute fondamentali, lista che include anche la fabbricazione di armi. Un rapporto ISTAT stima che a causa di ciò circa i due terzi dei lavoratori continuino a lavorare anche in lockdown, di cui solo una parte da casa, moltiplicando ogni giorno le occasioni di contagio sia sul lavoro che sui mezzi pubblici. Quelli riportati sono questioni ben più cruciali per il dibattito pubblico per affrontare al meglio l’epidemia rispetto a quelle che può sollevare una foto fatta col teleobiettivo di 30 persone in un vicolo del centro.

Un esempio di dibattito che non le centra è quello che si è scatenato con le immagini della metropolitana di Milano affollata di primo mattino. Se il dibattito pubblico alimentato da media e istituzioni si è orientato subito sul frame (cornice in cui inquadrare il fenomeno) dell’irresponsabilità individuale, le domanda da porsi era piuttosto, come mai con un lockdown in corso ci sono tutte queste persone che prendono la metro di primo mattino malgrado il rischio di contagio? E andando a indagare si sarebbe scoperto che ancora centinaia di migliaia di persone erano (e sono) costrette a spostarsi per andare a lavoro, mentre le corse della metropolitana erano state tagliate perché era diminuita l’utenza.

Ancora le istituzioni lombarde a fronte di una curva dei contagi che nel capoluogo stenta a rallentare, si affrettano a stigmatizzare la presunta irresponsabilità dei milanesi che continuerebbero a spostarsi troppo. Eppure i controlli in giro ci sono e la presenza di così tanti irresponsabili dovrebbe emergere nei bollettini della polizia. Si potrebbe quindi cercare di capire se è vero che tanta gente ancora si muove e perché non emerge nei controlli o, se è in regola, perché si sposta? Nelle autocertificazioni c’è scritto quindi non dovrebbe essere difficile per le forze dell’ordine raccogliere i dati. Tuttavia, invece di procedere in maniera razionale e capire cosa sta succedendo e porvi dei rimedi, la comunicazione delle istituzioni lombarde, certo non osteggiata dai media, sembra più che altro volta alla sola responsabilizzazione dei cittadini, finendo per istillare senso di colpa e ansia.

La realtà, purtroppo, è un’altra. Come quella di una sistema sanitario smantellato e tagliato. E ingenti risorse economiche, purtroppo, non sulle apparecchiature medicali, ma appunto, ad esempio, sugli armamenti.

In questo torrente inarrestabile e confuso di informazioni e in una situazione in cui la scienza sostanzialmente avanza a tentoni un po’ come tutti, ma viene continuamente citata, invocata o evocata, è un grave errore ridurre l’emergenza a una questione meramente scientifica. Le questioni già menzionate, che verosimilmente sono la causa di una parte cospicua dei contagi da quando è scattato il lockdown, sono ad esempio problemi di carattere squisitamente amministrativo e politico che nulla o quasi hanno a che vedere su quanto il virus permanga nell’aria o a che distanza possa arrivare. E in effetti qualsiasi conclusione a riguardo sarebbe prematura dal punto di vista scientifico. La scienza ha bisogno di tempi lunghi, ma l’informazione non ne tiene conto mischiando dati accertati con studi preliminari o non ancora verificati, generando confusione e dando informazioni contraddittorie. D’altra parte le indicazioni che ci ha dato la scienza al momento sono più che sufficienti a limitare almeno il 90%  (se non di più) dei contagi, se tenute adeguatamente in conto nelle strategie di gestione della crisi.

Servono tamponi, tracciamento, distanziamento fisico, protezioni per il personale sanitario, salvaguardia dei soggetti a rischio, comunicazione, protocolli adeguati negli ospedali e nelle case di cura. Tutte indicazioni chiare che se attuate a dovere in circa un mese abbatterebbero i nuovi contagi. Le stiamo attuando bene? I numeri dei contagi e delle vittime che scendono molto piano, ben più lentamente della Cina o delle zone rosse di Codogno e di Vo’, sembrano indicare che qualcosa potrebbe non funzionare al meglio. Sapere se il virus arriva a 5 o a 9 metri con uno starnuto o se le polveri sottili ne favoriscano la permanenza nell’aria ci aiuterebbe ad attuare meglio le indicazioni? No. Abbiamo la speranza di sapere in tempo utile a quale distanza può arrivare il virus? No. Possiamo bloccare il contagio senza saperlo? Sì, perché le indicazioni che abbiamo sono più che sufficienti e altri paesi come Cina e Corea ci sono riusciti, pur con strategie diametralmente opposte come l’imposizione di una quarantena totale e il solo tracciamento senza alcun tipo di lockdown. Quanto alla ricerca ci sono studi attualmente condotti in Germania nelle case di infetti che addirittura sembrerebbero mostrare che al di fuori delle condizioni di laboratorio la sopravvivenza del virus sulle superfici sia quasi nulla.

 Anche se fossero vere, queste notizie cambierebbero qualcosa? Assolutamente no. Bisogna stare a distanza dagli altri, evitare di affollarsi in luoghi chiusi (non come è stato fatto ad esempio per l’inaugurazione del nuovo ospedale alla fiera di Milano), dotarsi assolutamente di protezioni se si ha a che fare con infetti o persone a rischio. Non a caso sono il tipo di indicazioni date dell’OMS e presenti nelle pagine istituzionali che sono state accolte nelle strategie messe in campo dai vari governi.

Se però queste strategie messe in campo dalla politica, per questioni di ingerenze economiche o per imperizia e incapacità di programmazione non consentono di rispettare queste semplici regole, si potrà discutere fino allo sfinimento sulla distanza a cui arriva il virus con uno starnuto, sull’utilità o meno delle mascherine o sulla presunta irresponsabilità dei cittadini, ma a settembre non avremo ancora risolto il problema e se va male arriviamo pure al 2021 come mostra chiaramente questo modello fatto dall’Università di Ferrara per l’Emilia Romagna (spoiler: al momento la situazione non è granché, ma sta lentamente migliorando) .

Piccoli strumenti contro l’infodemia

Alla luce di questo come Cittadini Reattivi non possiamo che stigmatizzare questa modalità di fare informazione sia instituzionale che mainstraim, che genera ansia, confusione e finisce per distogliere il dibattito pubblico dalle questioni essenziali. Come un’indispensabile riforma del sistema sanitario nazionale. Suggeriamo pertanto alle nostre comunità:

1) non correre dietro l’ultima notizia sulla trasmissione del virus o sul vaccino o l’ultimo linciaggio online lanciato dal media di turno,  

2) cercare di tenere come punti fermi le informazioni presenti su siti ufficiali come quello dell’OMS, del Ministero della Sanità, delle regioni o della Protezione Civile,

3) di verificare sempre le fonti di una notizia prima di diffonderla a nostra volta

4) di rimanere focalizzati su ciò che davvero serve per uscire dalla crisi, in modo da partecipare consapevolmente al dibattito pubblico, facendosi le giuste domande e magari rivolgendole ai responsabili della gestione dell’epidemia.

Intanto ricorrere alle fonti ufficiali. In assoluto, le principali da seguire sono quelle dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Queste sono le indicazioni dell’OMS sulle modalità di trasmissione del virus e in presenza di persone sospette da COVID-19

Qui una guida di AltroConsumo sulle mascherine

https://www.altroconsumo.it/salute/cura-della-persona/news/coronavirus-mascherine

Attiviamo la solidarietà! Segnaliamo la piattaforma no profit Covid19Italia.help che aggrega informazioni e fonti verificate sull’epidemia di Covid19

E appunto elaboriamo, a fronte di questa pandemia e questa crisi quali sono le nostre priorità in termini di salute e sanità pubblica.

Le slides del nostro webinar su Diritto di Sapere, verifica delle informazioni e inchieste partecipate su cui torneremo presto.

Vincenzo Senzatela


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