ISDE - Logo ridMedici che curano l’ambiente. Loro sono ISDE Italia, associazione nata nel 1990 e riconosciuta dalle Nazioni Unite e dall’OMS. Che ambiente e salute siano due tematiche strettamente collegate, ce lo ha ricordato anche Papa Francesco nella sua Enciclica Laudato sì- Sulla cura della casa comune. E non era scontato che lo fossero. Ma anche da Oltreoceano stiamo assistendo a un cambio di rotta. Il Presidente Obama ha presentato in agosto la road map degli Stati Uniti per contrastare il cambiamento climatico. L’obiettivo è di ridurre del 32% le emissioni inquinanti entro il 2030.

Nelle giornate romane, ISDE  ha dato voce a due suoi membri Agostino Di Ciaula e Ferdinando Laghi che hanno presentato il Position Paper dal titolo La gestione sostenibile dei rifiuti solidi urbani.

All’incontro di presentazione del 9 e del 10 ottobre a Roma, noi di Cittadini reattivi eravamo presenti. Volevamo capire se le posizioni della scienza sostengono le tante supposizioni, sempre più puntuali, dei cittadini. Perché l’Italia nel quadro europeo non spicca certo per diligenza, soprattutto ora con l’approvazione del cosiddetto Sblocca Italia.

L’Europa, con la direttiva quadro 2008/98/CE e recepita con il d.lgs 205/2010, chiede di rispettare una gerarchia nella gestione dei rifiuti che vede al primo posto la prevenzione, seguita dalla preparazione per il riutilizzo, dal riciclaggio, da un recupero di altro tipo (ad esempio il recupero di energia) e infine dallo smaltimento. È evidente che si sceglie di privilegiare le opzioni con un minor impatto ambientale e sanitario.

L’Italia non sembra seguire alla lettera il mandato comunitario. Quali le criticità più lampanti? Andiamo con ordine:

  • Una delle pratiche virtuose nell’ambito della prevenzione è una buona raccolta differenziata. Questa modalità consente di ridurre le sostanze pericolose nel prodotto e di separare la frazione secca da quella umida, che altrimenti risulterebbe contaminata. Ma siamo ben al di sotto di quel 65% che il d.lgs 152/2006 si proponeva di raggiungere entro dicembre 2012. La tendenza è stata quella di privilegiare il ricorso al processo TMB (Trattamento Meccanico Biologico), una pratica che non richiede la differenziazione dei rifiuti a monte ma consente di separare automaticamente la parte secca da convogliare in discarica e la parte umida che verrà trasformata in FOS (frazione organica stabilizzata), un rifiuto speciale da trattare nelle operazioni di bonifica o di riempimento delle cave. Questo processo avrebbe un’ importante esternalità negativa da non sottovalutare: la deresponsabilizzazione. I cittadini non sono più coinvolti nel processo di raccolta differenziata il quale ad oggi risulta essere il metodo migliore per minimizzare la parte secca indifferenziata.
  • Sebbene la normativa europea non presenti la pratica dell’incenerimento come alternativa da privilegiare, l’articolo 35 dello Sblocca Italia qualifica gli impianti come infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale e ne accelera i tempi di realizzazione. Inoltre, in aperto contrasto con la normativa europea (in particolare con l’articolo 3.15 dell’Allegato II alla Direttiva Rifiuti del 2008) opera una riclassificazione: da impianti di incenerimento per lo smaltimento di rifiuti solidi urbani a impianti per il recupero di energia. Nonostante l’energia in questione sia di pessima qualità.
  • Tanto si è discusso sugli impianti di incenerimento di ultima generazione nella misura in cui sarebbero in grado di ridurre le emissioni inquinanti. Ma non è del tutto vero. Perché alla capacità di riduzione delle emissioni, si accompagna la maggior taglia che comporta un incremento di fumi in termini assoluti.
  • Le scorie, problema annoso. Rappresentano il 22,4% dei rifiuti da incenerimento. Questo dato dell’anno 2011 è in realtà una sottostima perché i dati pervenuti non riguardano tutti gli impianti funzionanti. Ad oggi, in base al DM 05/02/1998, sono classificate come rifiuti speciali non pericolose e pertanto, nonostante la loro composizione tossica, possono essere usate nei cementifici senza bisogno di effettuare i test di cessione. Questa verifica viene richiesta soltanto qualora vengano realizzate per la realizzazione di rilevati, sottofondi stradali e recuperi ambientali. Il pericolo per la salute scaturisce nel momento in cui vengono rilasciate nell’ambiente. I metalli pesanti presenti in esse possono migrare nel suolo e nelle falde idriche andando a produrre un danno ossidativo alle catene di DNA.