Marino Ruzzenenti - foto Rosy Battaglia

Marino Ruzzenenti – foto Rosy Battaglia

Pubblichiamo, alla vigilia della votazione in Senato della discussa legge DL 1345, che introdurrebbe, finalmente, nel codice penale i reati ambientali, (ora presenti solo con pene di tipo contravvenzionale) un intervento del professor Marino Ruzzenenti, scritto a proposito delle recentissime prescrizioni dei processi Eternit di Casale Monferrato, Montedison di Bussi val di Pescara, Marlane di Praia Mare che hanno fortemente colpito l’opinione pubblica, mettendo in evidenza ancora una volta lo gravissimo stato di ingiustizia ambientale e sociale del nostro Paese.

Marino Ruzzenenti, storico dell’ambiente, nel 2001 contribuì, con i medici del lavoro Celestino Panizza e Paolo Ricci, a far emergere il grave inquinamento da PCB e diossine nella zona adiacente l’industria chimica Caffaro a Brescia, promuovendo la costituzione del Comitato popolare contro l’inquinamento zona Caffaro. Autore di moltissime pubblicazioni a carattere storico ed ambientale, ha scritto tra gli altri “Un secolo di cloro e… PCB. Storia delle industrie Caffaro di Brescia”, Jaca Book, Milano 2001 e con Pierpaolo Poggio  “Il caso italiano: industria, chimica e ambiente”, 2012. Dal 2007 gestisce e redige il sito di informazione e documentazione ambientale sul Bresciano www.ambientebrescia.it. Dal 2013, per la Fondazione Luigi Micheletti, cura il sito www.indutriaeambiente.it. E’ con Alberto Valleriani di Retuvasa, il portavoce del Coordinamento Nazionale Siti Contaminati.

Eternit di Casale Monferrato, Montedison di Bussi val di Pescara, Marlane di Praia Mare:  nessun colpevole! Lo scoramento, dopo questa raffica terribile di assoluzioni, è grande e la rabbia rischia di tramutarsi in rassegnazione. Del resto i casi hanno una loro storia e caratteristiche proprie, presentano evidenze lampanti di un disastro ambientale reiterato nel tempo, ognuno con la propria genesi tossica e con una comprovata nocività in danno dei lavoratori e della popolazione inerme.
Tuttavia, le peculiarità dei tre casi si dissolvono nei dispositivi delle sentenze, quasi redatti in fotocopia, che mandano assolti tutti gli imputati. E’ questo che più impressiona e che ci fa dire che in Italia la giustizia in campo ambientale è impossibile. Giovanni Maria Flick, già presidente della Corte costituzionale, è perentorio e impietoso a questo proposito: “Il reato di disastro ambientale non è finora previsto dal nostro Codice”,e , se lo si volesse includere nel generico ‘altro disastro’, “la norma attuale sarebbe comunque un’arma spuntata, perché la misura (bassa) della pena minima, e la difficoltà di prolungare nel tempo il momento in cui il reato ‘si consuma’, fanno sì che la prescrizione scatti in tempi abbastanza brevi, perfino anteriori al verificarsi degli effetti dannosi, ed eventualmente delittuosi, sulla popolazione e l’ambiente” (“Il fatto quotidiano” 23 dicembre 2014). Un’analisi
lucidissima, confermata purtroppo dalle recenti sentenze. Vien da chiedersi perché, lo stesso Flick, tra il 1996 e il 1999, ministro della giustizia con il governo Prodi e autore di “una serie di leggi organiche di riforma del sistema giudiziario che verranno approvate quasi integralmente”, come
recita il suo profilo di Wikipedia, non abbia pensato di inserirvi il reato ambientale, ponendo fine a questa clamorosa lacuna da lui stesso evidenziata.

L'industria Caffaro di Brescia (Sito di interesse Nazionale) - foto Rosy Battaglia

L’industria Caffaro di Brescia (Sito di interesse Nazionale) – foto Rosy Battaglia

Ora il “reato ambientale”, come è noto, è ricomparso nel dibattito parlamentare, con un testo, da molti ritenuto ambiguo, approvato alla Camera e da mesi in attesa al Senato ( in votazione al Senato mentre pubblichiamo questo articolo ndr). Non c’è fretta… Dunque la vicenda, se vogliamo vederla con razionalità, ha una sua logica ferrea, che va ben oltre la cosiddetta “malagiustizia”. E’ la logica, appunto, di un “Sistema”, nell’accezione che la storia del nostro Paese ha ampiamente sperimentato e da cui tuttora è attraversato: la “chiesa istituzione”, il regime fascista, la “democrazia bloccata” del secondo dopoguerra, la mafia, la corruzione politica… Ogni “Sistema” per perseguire i propri fini ha bisogno di “vittime sacrificali” che vanno accettate in nome di interessi superiori. E per questo è del tutto illusorio ed impensabile che un simile “Sistema” sia in grado di autogiudicarsi ed autocondannarsi: le vittime dell’inquisizione di ieri e della pedofilia ecclesiastica di oggi attendono ancora giustizia; i criminali fascisti, sfuggiti ad un tribunale “altro” come quello di Norimberga, hanno goduto di un “salutare” colpo di spugna; le stragi per “bloccare” la democrazia restano in gran parte impunite; oggi sembra “impossibile” estirpare le mafie e la corruzione politica. Paradossalmente, tra l’altro, è proprio “l’intermediazione della vittima” che rende forte il “Sistema” (J.-P. Dupui, Per un catastrofismo illuminato, 2011). Cosicché, la mancata giustizia viene “compensata” celebrando le vittime, monumentalizzandole. Nei casi in questione il “Sistema” è il capitalismo industriale italiano, così come si è costruito nel corso del Novecento. Una sorta di “Supersistema”, perché animato dalla “superideologia” dello sviluppo (Pier Paolo Poggio), comune a tutte le ideologie novecentesche (liberaldemocratica, fascista, comunista)

Manifestazione per chiedere le bonifiche, Brescia 2013 - foto Rosy Battaglia

Manifestazione per chiedere le bonifiche, Brescia 2013 – foto Rosy Battaglia

Con l’amico Pier Paolo Poggio, abbiamo cercato di definire la peculiarità italiana di questo “Supersistema” (Il caso italiano: industria, chimica e ambiente, 2012). L’industrializzazione repentina dell’Italia, in particolare nel secondo dopoguerra, che ha permesso di superare d’un balzo lo storico ritardo nei confronti dei Paesi industrialmente avanzati, è avvenuta sfruttando il vantaggio competitivo delle risorse ambientali a costo zero. Questo “peccato originale” rappresenta una pesantissima eredità che si rivela oggi nella vastità e profondità della devastazione ambientale che, all’esaurirsi del secolo “termoindustriale”, abbiamo “scoperto”  proprio in alcune delle aree più incantevoli della penisola e delle isole. Ma non solo: la legittimazione di quell’immane scempio opera ancora in profondità, è un dato strutturale dell’industrializzazione italiana ancora oggi. Perché il “Supersistema” in versione italiana, in generale, salvo poche eccezioni, rimane un gigante con i piedi di argilla, ancora oggi dipendentedalle quelle condizioni che ne determinarono le fortune nel secondo dopoguerra: bassi salari; energia importata a basso costo grazie all’Eni di Mattei; imitazione creativa delle innovazioni altrui senza dover sviluppare in proprio costose strutture di ricerca; risorse ambientali concesse a titolo gratuito e senza alcun vincolo. Nella congiuntura attuale e nel contesto di una globalizzazione senza regole, emerge con ogni evidenza la sua strutturale fragilità: quelle condizioni di un tempo si incontrano oggi molto più vantaggiose in tante regioni del mondo, mentre l’energia fossile non ce la regala più nessuno. E l’Italia manifatturiera, in molti settori, arranca, inevitabilmente. Dunque può il nostro “Supersistema”, in queste condizioni di grande difficoltà, fare i conti con i disastri ambientali che ne hanno determinato le fortune? Anzi. Il “Supersistema” chiede alla politica, se possibile, un ulteriore balzo in avanti nell’illusione che si possano ricreare oggi le condizioni di un nuovo “miracolo economico”, “riagganciandoci”, finalmente, alla mitica “crescita”: mortificare ancor più il sindacato e i diritti dei lavoratori per deprimerne le pretese salariali; rilanciare la ricerca di idrocarburi sul territorio nazionale e nei nostri mari in spregio alla loro naturale fragilità; destinare le poche risorse pubbliche, non all’unica grande opera necessaria di manutenzione e risanamento del territorio disastrato del Paese, ma a benefici fiscali per le imprese distribuiti a pioggia, dunque qualitativamente inefficaci; “sbloccare” grandi opere inutili, rimuovendo per l’ennesima volta l’intralcio dei vincoli ambientali.

Le assoluzioni per i disastri ambientali del passato sono quindi coerenti con la cultura e la politica attuali, sostanzialmente dominate dalla logica totalitaria del “Supersistema”. Si tratta della versione italiana di una sorta di “oscurantismo progressista. Un oscurantismo di cui il ‘negazionismo’ degli assassini della memoria dei campi non era altro che un segno premonitore”, e che consiste nel “non prendere in conto i danni di un progresso tecnico crescente, senza limiti e senza alcun freno” (P. Virilio, L’università del disastro, 2008).
A quasi 80 anni dalla Shoah , in particolare noi italiani ci ritroviamo ancora con molti conti in sospeso per le nostre responsabilità in quella catastrofe. Sconfiggere il “negazionismo” del “Supersistema” è dunque un’impresa improba e di lunga lena. Importanti sono l’iniziativa politica e la mobilitazione incessante dei cittadini e dei comitati che finalmente hanno trovato un luogo efficace di dialogo e di connessione nel Coordinamento nazionale dei siti contaminati (http://sinforma.smplhost.com/). Ma essenziale è la ricerca storica, condotta in profondità con rigore e indipendenza, per riportare
alla luce quella realtà indicibile che il “negazionismo” del “Supersistema” intende occultare e che per ora non riesce ad attingere la “verità” giudiziale. Vi sono, qui e là, alcuni ricercatori coraggiosi, anche giovani, che, spesso in solitudine, scavano su alcuni “casi” di disastro ambientale indotto
dall’industrializzazione novecentesca. La Fondazione Micheletti di Brescia, sollecitata dall’instancabile professor Giorgio Nebbia, da anni ha in corso un progetto per la costruzione di un Atlante storico dei siti industriali inquinati. Le difficoltà sono superiori ad ogni immaginazione, tuttavia è un lavoro di ricerca imprescindibile se vogliamo sconfiggere il “negazionismo” del “Supersistema”, far emergere la verità e creare le condizioni perché infine alle vittime sia data giustizia.

Marino Ruzzenenti
www.ambientebrescia.it