La_Nuova_Ecologia_inchiesta_su_bonifiche_salute

Le prime pagine dell’inchiesta di Rosy Battaglia per La Nuova Ecologia

E’ online sul portale de La Nuova Ecologia e sul portale Ambiente di Tiscali, la nostra inchiesta uscita sul numero di aprile 2014 della storica rivista ambientale, sullo stato di avanzamento delle bonifiche in Italia e sul grave problema del mancato accesso ai dati ambientali sulle zone da bonificare e i rischi per la salute.

Parte così la nostra prima collaborazione giornalistica con una importante testata nazionale che ci permette di tradurre in modo multimediale, dalla carta al web,  quanto raccolto in un anno di lavoro attraverso la piattaforma di informazione civica di Cittadini Reattivi.

 

Veleni Occulti

I dati sulle zone da bonificare e i rischi per la salute restano inaccessibili. Ma renderli pubblici è obbligatorio. E la trasparenza aiuta il recupero.

“Stiamo lavorando per inserire sul sito del ministero dell’Ambiente lo stato di avanzamento delle bonifiche e delle conferenze dei servizi”. Così affermava a gennaio l’allora ministro Andrea Orlando al margine della presentazione del rapporto di Legambiente Bonifiche dei siti inquinati: chimera o realtà?. Certo, stando ai dati dello stesso ministero parliamo di una mole considerevole di documenti: fino a marzo 2013 si sono tenute 1.507 conferenze dei servizi e sono stati valutati 22.880 procedimenti, a fronte della gestione di 57 siti di interesse nazionale (Sin) e regionale, le aree bisognose di interventi rapidi per scongiurare danni sanitari e ambientali. Rendere i dati sulle aree da bonificare facilmente accessibili ai cittadini diventa dunque una priorità per il neo ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti.
Perché ad oggi i numeri delle bonifiche sono una “montagna di carta” non ancora consultabile online. “È paradossale che chi vive vicino ai siti inquinati, e parliamo di circa 5 milioni di italiani, non possa conoscere lo stato d’avanzamento dei lavori di bonifica – commenta Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente – Occorre garantire la possibilità per chiunque di accedere alle informazioni sull’aggiornamento del risanamento di ciascun Sin, per far conoscere ai cittadini tempi, modalità ed efficacia delle bonifiche. Per questo da anni chiediamo al ministero di attivare un sito internet dedicato al programma prendendo spunto da quello realizzato negli StatiUniti dall’Epa per i siti inquinati inseriti nel programma Superfund”.

[ nota del 18 aprile 2014 al testo: parte dei dati da noi sollecitati sono finalmente online come comunicato via twitter dalla dottoressa Laura D’Aprile il 9 aprile scorso

@wganapini@FranFerrante Dati su stato di attuazione bonifiche SIN aggiornati a dic 2013: http://t.co/rw8kfCYoav#opendataSIN

— Laura (@Lauradap) 9 Aprile 2014

Nel ringraziarla per il lavoro svolto abbiamo sottolineato come resti ancora molta strada da fare in termini di trasparenza

@wganapini@Lauradap ottimo lavoro! Ma “progetto di bonifica approvato” non può essere sinonimo di “area restituita agli usi” @ReteComuniSIN

— Rosy Battaglia (@rosybattaglia) 9 Aprile 2014 ]

Molto rimane da fare nel processo di trasparenza nel nostro paese, a cui si somma, spesso, la difficoltà di accesso dei cittadini ai dati su ambiente e salute forniti dalle Asl e Arpa. Intanto però continua l’esposizione prolungata ad agenti cancerogeni per il 10% della popolazione italiana che vive in quei siti, come riporta il rapporto Sentieri curato da Istituto superiore di sanità, Cnr e Airtum, che ha stimato in 44 Sin un eccesso di mortalità, con oltre 1.200 casi di decessi ogni anno.

Fattori che hanno spinto le autorità sanitarie a monitorare salute e prevenzione dei tumori infantili con un nuovo rapporto, Sentieri kids, in via di elaborazione. Avere presto i dati e le bonifiche è dunque prioritario. E la Pubblica amministrazione è tenuta a rendere disponibili i propri dati: lo impongono la legge 241 del 7 agosto 1990, passando per il decreto legislativo 150/2009, fino al decreto “Trasparenza” in vigore dal 20 aprile 2013.

Sui temi ambientali vige inoltre la Convenzione europea di Århus che stabilisce il diritto all’accesso civico alle informazioni detenute dalle autorità pubbliche proprio per favorire la partecipazione della popolazione alle attività decisionali. Trasparenza ancor più necessaria per le bonifiche, che muovono un giro d’affari stimato in almeno 30 miliardi di euro, soggetto all’infiltrazione delle ecomafie, come già sottolineato dall’ultima relazione della commissione d’inchiesta parlamentare sui ritardi delle bonifiche. I cittadini, però, non sempre stanno a guardare.

Proprio nei territori più contaminati associazioni ambientaliste, comitati e amministratori locali che non si sono rassegnati all’immobilità chiedono di partecipare e controllare il processo delle bonifiche, di avere disponibilità dei dati ambientali ed epidemiologici. O più semplicemente il diritto di vivere in un ambiente salubre.

Brindisi insiste

A Brindisi, altra città in attesa del ripristino di aree contaminate, la caparbietà delle associazioni e della società civile ha messo in moto un meccanismo di coinvolgimento delle istituzioni. Anche perché all’accertato danno ambientale e sanitario si sommano gli effetti del polo industriale operante e delle centrali a carbone di Enel ed Edipower., da anni al centro delle battaglie del circolo locale di Legambiente.

Uno studio condotto sui neonati nel decennio 2000-2010 dall’Istituto di fisiologia clinica del Cnr di Lecce, in collaborazione con quello di Pisa, ha determinato che a Brindisi e provincia le cardiopatie congenite neonatali sono del 49,1% superiori alla media europea. Un dato preoccupante, avvalorato da nuovo studio svolto dai ricercatori dell’Ifc-Cnr di Pisa e Lecce, dell’Isac-Cnr di Bologna e Lecce e dell’Unità operativa di neonatologia dell’ospedale Perrino di Brindisi, che stabilisce una possibile causa di quel tragico aumento delle malformazioni cardiache neonatali: l’esposizione delle madri al biossido di zolfo che proviene dalle emissioni industriali.

“Le 10.220 firme di brindisini raccolte due anni fa, consegnate ai rappresentanti di Regione, Provincia, Asl, Arpa e Comune di Brindisi – racconta Ornella Tarullo di Passeggino Rosso, agguerrita associazione di mamme – hanno sostenuto la creazione di un gruppo di lavoro scientifico per fornire un quadro aggiornato sullo stato del Sin e spinto poi allo stanziamento, da parte dell’amministrazione comunale, di 100.000 euro per finanziare il progetto di indagine epidemiologica, presentato dall’Istituto di fisiologia clinica del Cnr, che dovrebbe partire nel 2014″.

La Spezia aspetta

Al grido “riprendiamoci la città” lo scorso 8 marzo hanno sfilato in tanti anche per le vie di La Spezia: chiedendo bonifiche per il mare e per la terra. “Una manifestazione che ha visto unita la società civile attiva, da Legambiente a Italia Nostra, ai comitati spezzini da SpeziaVia dal carbone a Piazza Verdi, ai Murati vivi del quartiere di Marola”, racconta Claudia Bertanza giornalista di LaSpeziaOggi. it.

“È sotto gli occhi di tutti che il sito è tutt’ora contaminato, l’inquinamento è diffuso e proveniente da più fonti, è vicino a una zona densamente abitata e riguarda aree sottoposte a vincoli paesaggistici” ribadisce il giurista ambientale Marco Grondacci, consulente di Legambiente per il ricorso effettuato al Tar del Lazio contro il declassamento del Sin.

Ma i problemi di La Spezia, non si limitano alla collina di Pitelli. Da una miriade di discariche a terra e in mare, frutto di attività lecite ed illecite, alla convivenza con l’attività nell’area portuale e militare, fino alle emissioni della centrale a carbone Enel, la congestione di elementi inquinanti è tale da mettere a repentaglio, sempre di più, la qualità della vita degli abitanti.

“Bisogna stabilire dove e come si muore o ci si ammala di più per le contaminazioni ambientali nella nostra provincia”, dice il dottor Marco Rivieri dell’International society of doctors for the environment (Isde), chiedendo un’indagine epidemiologica completa che ampli quella già avviata dall’Asl 5 di La Spezia. Richieste emerse anche in un Consiglio comunale straordinario sui veleni.

“Tra le contrapposizioni di maggioranza e opposizione l’assemblea il 10 marzo ha detto sì a un nuovo studio epidemiologico più esaustivo – conclude Claudia Bertanza – che contrasta però con l’avvio della bonifica della discarica di Saturnia che gli spezzini vorrebbero chiusa definitivamente”. Ma che sarà possibile riaprire dopo il passaggio della gestione delle aree contaminate alla Regione.

Brescia in conflitto

A Brescia, dove il Sin Caffaro ha contaminato interi quartieri con diossine e poli-cloro-bifenili, prosegue il braccio di ferro tra comitati e Asl locale. Qui in un’area di oltre 110.000 metri quadrati, in cui vivono 25mila persone, poco o nulla è stato bonificato nonostante siano passati 12 anni da quando il sito è stato dichiarato di interesse nazionale. E in attesa che venga designato un commissario ministeriale per la gestione del Sin, parchi cittadini e scolastici, rogge e aree pubbliche contaminate sono vietati alla popolazione a seguito di un’ordinanza comunale che si reitera di sei mesi in sei mesi dal 2002.

«Il Comune invece dovrebbe recepire con una nuova ordinanza un’analisi del rischio aggiornata, rigorosa, che differenzi per esempio per fasce d’età i rischi cui sono esposti i cittadini – precisa Carmine Trecroci, presidente del circolo Legambiente di Brescia. Occorre poi concretizzare gli interventi di bonifica e attivare nuovi canali per la raccolta di risorse finanziarie. Infine, chiediamo a Ministero e Arpa di completare celermente e aggiornare la caratterizzazione dei suoli e delle rogge e altrettanta velocità alla Asl nel realizzare le ricerche epidemiologiche».

Perché secondo Legambiente, i comitati e i medici di Isde troppo poco è stato fatto per informare correttamente i bresciani. Ad esempio non applicando il principio di precauzione, avvisando le mamme del pericolo di trasmissione dei Pcb attraverso l’allattamento. Le ultime gocce, in questo clima di incomprensione, sono state la diffusione di un opuscolo informativo dell’Asl con dati contestati dai cittadini e la riapertura di alcuni parchi senza le dovute analisi. “Lo abbiamo scoperto con una richiesta di accesso agli atti fatta dal Coordinamento comitati ambientalisti Lombardia”, aggiunge Marino Ruzzenenti del comitato contro l’inquinamento in zona Caffaro.

Bonificare conviene

C’è chi invece si è posto il problema di considerare il valore della qualità della vita e dei benefici che potrebbero scaturire per la collettività da un impegno serio nelle bonifiche dei territori contaminati. Lo ha fatto l’equipe composta da Carla Guerriero e John Cairns della London school of Hygiene and Tropical medicine e da Liliana Cori e Fabrizio Bianchi dell’Ifc-Cnr di Pisa con uno studio che ha analizzato il piano di risanamento dei Sin di Gela e Priolo in Sicilia.

“Abbiamo comparato i costi delle bonifiche ai potenziali benefici della popolazione in termini di salute – conferma l’economista sanitaria Carla Guerriero – E abbiamo messo a bilancio quelli intangibili che diventano poi tangibili nel lungo periodo per il Sistema sanitario nazionale, a causa delle patologie che affliggono coloro che vivono all’esposizione dei siti contaminati”.

Il risultato è sconcertante: a fronte di 127,4 milioni di euro previsti per la bonifica di Gela e 774,5 per Priolo Gargallo, il beneficio economico a partire da 20 anni dalle bonifiche sarebbe pari a 10 miliardi. Evitando annualmente 47 casi di morte prematura, 281 casi di ricoveri ospedalieri per tumori e 2.702 per tutte le cause. “Gli effetti che i reati ambientali determinano sulle popolazioni che vivono nei Sin si prolungano per più generazioni. Dobbiamo intervenire subito”.

È necessario, prima ancora che conveniente.

Rosy Battaglia 30 marzo 2014

L’inchiesta  è stata realizzata in collaborazione con Cittadini Reattivi, la campagna civica d’informazione ambientale diretta da Rosy Battaglia. www.cittadinireattivi.it @cittadinireatti @rosybattaglia

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