Quando un anno fa abbiamo realizzato la nostra prima inchiesta “L’Italia è un Paese da bonificare avevamo fatto i conti solo con una parte delle emergenze ambientali e sanitarie di questo Paese, occupandoci dei siti di interesse nazionale e regionale. Una parte pure estesa del territorio italiano compromessa da un passato industriale che ha contaminato terre e falde acquifere a dismisura. Da Brescia alla Valle del Sacco, dalla Campania alla Sicilia, che coinvolge quasi nove milioni di persone. E già arrivando a Turbigo e a Cremona avevamo misurato i danni indelebili della produzione di energia e petrolio.

La mappa partecipata dei siti inquinanti

Ma la partecipazione diretta dei comitati e dei cittadini alla campagna di crowdmapping ci ha presentato quasi subito un quadro ancora più preciso sui siti inquinati in Italia. Quelli dove insistono impianti industriali ancora funzionanti soggetti a discusse Autorizzazioni Integrate Ambientali (AIA). Tanto che tra i primi luoghi mappati risulta la Centrale ENEL a carbone Eugenio Montale di La Spezia, (grazie al contributo di Spezia Via dal Carbone e Spezia Polis). Così come tra le prime associazioni registrate appaiono le mamme di Brindisi, Passeggino Rosso, in prima linea nella difesa della tutela della salute dei bambini, alle prese con l’aumento di malformazioni congenite dovuta all’esposizione alle sostanze inquinanti delle donne in gravidanza, così come accertato da diversi studi dell‘Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa e Lecce.

Il sequestro della Centrale Tirreno Power di Vado Ligure.

La centrale Tirreno Power di Vado Ligure (Rosy Battaglia)

Tutti contributi della cittadinanza scientifica che fanno luce sull’Italia che vive ancora nell’era del carbone, ben distante dalla tanto auspicata era della “green economy“, con ancora 16 centrali in tutto il territorio nazionale. Drammatica realtà riportata dall’onore delle cronache con l’inchiesta della procura di Savona sulla centrale Tirreno Power di Vado Ligure con il sequestro degli impianti lo scorso 11 marzo, a seguito dei risultati dall’indagine epidemiologica commissionata dalla stessa procura, che ha accertato i forti danni alla salute ai residenti intorno alla Centrale gravanti soprattutto sui bambini con l’aumento delle malattie respiratorie fino a 457 casi tra il 2005 e il 2010, asma da 94 a 129 nello stesso periodo, ed un aumento dei ricoveri per patologie cardiache e respiratorie negli adulti tra 1674 e 2097 casi. Oltre 400 decessi dal 2000 al 2007 per malattie cardiache e respiratorie.

Indagini epidemiologiche [e bonifiche] su tutti i territori inquinati

Dati drammatici che hanno confermato i timori dei cittadini e dei comitati che vivono intorno alle altre centrali a carbone e agli altri poli industriali della penisola, su quale possa essere la situazione sanitaria e ambientale. Domanda, sollevata su Epidemiologia e Prevenzione, rivista dell’Associazione Italiana di Epidemiologia, da Giovanni Ghirga dell’ISDE di Civitavecchia, [vedi commento a questo articolo dello stesso dott. Ghirga] a cui ha risposto Pietro Comba, Direttore del Dipartimento Epidemiologia Ambientale dell’Istituto Superiore di Sanità e coordinatore del gruppo di lavoro che ha redatto il rapporto SENTIERI, (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio inquinamento): “Ci sono aree del Paese altamente inquinate, e nelle quali è stato accertato un effetto sulla salute delle esposizioni ambientali, che tuttavia non sono oggetto di un’attività sistematica di sorveglianza epidemiologica quale quella rappresentata dal Progetto SENTIERI“. Ma che dovrebbero esserlo. E tornando al caso di Civitavecchia come aggiunge il dott. Ghirga* come l’attività di biomonitoraggio e sorveglianza epidemiologica si debba sommare al ripristino ambientale e alla bonifica dei luoghi, per impedire il perdurare della contaminazione nelle generazioni presenti e future.

Consigli comunali sui veleni e sull’energia

Un’attività sistematica che manca ad esempio a La Spezia, come ricordano gli attivisti e i 3000 cittadini che hanno firmato per chiedere un’indagine che accerti il danno sanitario determinato dalla convivenza con l’attività della centrale, la discarica di Pitelli, mai bonificata e altre gravi fonti di contaminazione. E dove lo scorso 10 marzo un combattuto consiglio comunale ha approvato la richiesta della cittadinanza della prima indagine epidemiologica completa.

Così come a Brindisi, dove le forti sollecitazioni della società civile, dalle associazioni all’Ordine dei Medici, con la raccolta di oltre 10 mila firme, hanno portato il Comune a finanziare con 100 mila euro l’indagine epidemiologica e lo svolgimento di consigli comunali sul futuro energetico della città in bilico tra carbone e nuovi sistemi di produzione energetica sostenibili.

Green economy o black carbon economy?

Ma l’appello pubblicato ieri su Cittadini Reattivi riporta la voce unanime dei comitati e delle maggiori associazioni ambientaliste emiliane e nazionali, ci fa intravvedere come la ragnatela dell’Italia a carbone e ad alto impatto ambientale avvolga ancora fittamente questo Paese.

Proprio nel giorno in cui si conclude il processo di primo grado per i danni ambientali causati dalla centrale termoelettrica di Porto Tolle con una condanna per gli ex vertici Enel, Franco Tatò e Paolo Scaroni, colpevoli di disastro ambientale doloso “in Emilia Romagna gli enti pubblici si oppongono alla confinante centrale a carbone di Porto Tolle sul Delta Veneto- sottolineano le associazioni nel documento- la principale azienda a controllo pubblico della Regione (HERA) supporta progetti similmente dannosi in altre regioni d’Italia, come la centrale a carbone a Saline Joniche in Calabria”. Un preoccupante paradosso che ha portato le associazioni a richiedere ai Sindaci azionisti del Gruppo Hera, di uscire dall’azienda partecipata per non finanziare un progetto in contraddizione con la ricerca indispensabile di un futuro sostenibile per l’ambiente e per la salute. Insomma di scegliere tra carbone e fonti rinnovabili, che coprono ad oggi il 30% del fabbisogno nazionale, contro ad esempio il 60% della Germania.

L’analisi costi-benefici di Gela-Priolo Gargallo e il vero costo dell’inquinamento

“A fronte di 127,4 milioni di euro previsti per la bonifica di Gela e 774,5 per Priolo Gargallo, il beneficio economico dopo 20 anni dalle bonifiche sarebbe pari a quasi 10 miliardi di euro. Evitando annualmente 47 casi di morte prematura, 281 casi ricoveri ospedalieri per tumori e 2702 ricoveri ospedalieri per tutte le cause“. L’analisi costi-benefici arriva dall’equipe composta da Carla Guerriero e John Cairns della London School of Hygiene and Tropival Medicine e da Liliana Cori e Fabrizio Bianchi del CNR di Pisa con uno studio che ha analizzato il piano di risanamento dei Siti di Interesse Nazionale di Gela e Priolo in Sicilia.

Ecco, nell’elaborazione di un Piano energetico nazionale, insieme al ricalcolo della fiscalità ambientale che grava più sulle famiglie italiane che sulle industrie inquinanti, come hanno denunciato i ricercatori di ECPA, occorrerebbe determinare una corretta analisi costi-benefici per ogni tipologia di impianto industriale.

Solo così potremo determinare il vero “costo umano”, dell’Italia a carbone e contaminata.

RB