Open Data Regione Lombardia: il sito Brescia Caffaro risulta bonificato (foto scattata in data 22 aprile 2013)

Secondo la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, nella “Relazione sulle Bonifiche dei Siti Contaminati in Italia” (13 dicembre 2012), ci sono forti ritardi nell’attuazione degli interventi e inquietanti profili di illegalità nella gestione e nello smaltimento dei contaminanti.

Se per i 57 SIN e SIR (Siti di Interesse Nazionale e Regionale) è dato sapere il tipo di inquinanti e la fonte dell’inquinamento  (Elaborazione ISPRA su dati della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti, 2012)  le medesime informazioni non sono altrettanto facilmente deducibili dalle anagrafi delle singole Regioni che dovrebbero specificare: lo stato di avanzamento delle bonifiche, la tipologia di inquinanti e l’esatta dislocazione degli oltre 15 mila siti potenzialmente contaminati (vedi immagine nel riquadro dove il sito SIN caffaro risulta come bonificato nel portale Open Data di Regione Lombardia).

Tutto ciò nonostante la normativa che ha istituito l’anagrafe dei siti da bonificare e contaminati (articolo 17 del D.M. 471/99 e articolo 251 del D.Lgs 152/06) in vigore dal 2006,  indichi che debbano essere resi disponibili “l’elenco dei siti sottoposti ad intervento di bonifica e ripristino ambientale nonché degli interventi realizzati nei siti medesimi; l’individuazione dei soggetti cui compete la bonifica; gli enti pubblici di cui la regione intende avvalersi, in caso d’inadempienza dei soggetti obbligati, ai fini dell’esecuzione d’ufficio degli interventi“.

Dati che, aggiungiamo, dovrebbero essere di libera consultazione ai cittadini ma che lo sono solo in parte e in maniera incompleta, come denunciato dalla stessa Commissione Parlamentare. Una mancanza di trasparenza che, come si sottolinea nella ““Relazione sulle Bonifiche dei Siti Contaminati in Italia” (già a partire dal titolo: “I ritardi nell’attuazione degli interventi e i profili di illegalità”) rende le bonifiche ambientali  un “business appetibile” compreso solo, però, da imprenditori senza scrupoli e malavita organizzata. Coloro che cioè, controllano capillarmente il territorio e il “movimento terra”, come succede ad esempio in Lombardia o in Campania. Dato correlabile alla metodologia di bonifica che vede ancora al primo posto la rimozione delle matrici inquinanti e il loro conferimento di discarica speciale.

Risultato? Nell’indifferenza e nell’immobilità delle istituzioni buona parte della popolazione ignora o non riceve informazioni sullo stato dell’ambiente e sui pericoli per la salute non solo all’interno dei siti di interesse nazionale, ma anche dei moltissimi comuni coinvolti nei siti di interesse regionali, con terreni, acque superficiali e falde acquifere altamente inquinate.
Eppure, come evidenziato sempre dalla Commissione d’inchiesta parlamentare, molto spesso è proprio dai cittadini, comitati e amministratori locali, medici ed epidemiologi che provengono segnalazioni e richiesta di interventi a tutela dell’ambiente, della salute e della legalità.

Un capitale umano “reattivo” che non bisogna disperdere ma mettere in rete, mappare, connettere. Per pulire l’Italia.